La vera innovazione con l’AI sta nella mentalità. L’opinione di Fausto Turco

May 27, 2026 | Festival-AI 2026

Gli anziani a tavola con l’intelligenza artificiale

Anziani che non desiderano rimanere esclusi dalle ultime innovazioni, provando ad approcciarsi, portando anche eventuali difficoltà e dubbi, all’intelligenza artificiale, con curiosità e la voglia di comprendere se e come potrà avere un ruolo nella loro vita: un recente evento tenutosi a Tenero per la terza età mostra come con l’AI possano entrare in contatto tutti. Che cosa muove, però, delle persone ormai in là con gli anni a prendere parte a una mattinata dedicata all’innovazione, soprattutto se sono fuori dal mondo lavorativo? E come si può leggere questo caso?

Generazioni che hanno già attraversato la rivoluzione digitale

Solitamente si pensa agli anziani come a persone poco avvezze alla tecnologia, soprattutto se essa è arrivata quando ormai avevano già integrato i loro metodi per lavorare e svolgere le loro attività e le novità rischiavano di scombinarli. Sono generazioni che probabilmente hanno vissuto la paura di essere sostituite da macchine e pc per rendersi conto spesso che innovazione e fattore umano, per un vero successo, vanno di pari passo. Spesso chi appartiene a fasce d’età meno giovani impiega più tempo a utilizzare correntemente le nuove tecnologie, che siano di uso lavorativo oppure personale. Meno abituati dei giovani a novità e sviluppi continui, che ora con l’AI hanno conosciuto una rapidità mai vista prima che richiede una formazione costante, si sono trovati più sovente a temere di non essere in grado di apprendere. Ritengono di essere meno avvezzi all’uso delle tecnologie rispetto ai giovani, che sono ritenuti altamente alfabetizzati tecnologicamente perché nativi digitali: in realtà l’essere nati in un’epoca fortemente tecnologica ed essere stati esposti in maniera attiva e passiva alle innovazioni non porta necessariamente a una reale conoscenza ed è un fattore spesso sottovalutato. Semmai i più giovani si approcciano agli studi in un periodo storico in cui le continue innovazioni portano a un’abitudine a dover imparare a utilizzare programmi, strumenti e funzionalità sempre nuovi, con una frequenza maggiore rispetto a quanto avveniva durante il percorso formativo delle generazioni precedenti. Ma in realtà molti anziani di oggi sono passati attraverso l’informatizzazione e i primi processi della digitalizzazione, probabilmente adattandosi più di quanto ritengano di aver fatto, ma continuando a non vedersi capaci.

Cosa può fare l’AI per gli anziani

Quando si parla di anziani fuori dal mondo del lavoro, l’uso della tecnologia arriva spesso per rimanere in contatto con i propri familiari e anche durante l’evento sull’intelligenza artificiale è stato rimarcato come l’interesse sia maggiore tra coloro che vengono stimolati sul tema da figli o nipoti in giovane età. L’AI può essere utile agli anziani? Per utilizzarla è indispensabile un minimo di conoscenza tecnologica, però il paradosso dei chatbot conversazionali generativi è che potrebbero essere di utilizzo più immediato. Quando si parla di intelligenza artificiale non si possono ignorare la complessità degli algoritmi che la muovono, i lunghi e operosi processi di elaborazione dei dati e apprendimento di pattern, oltre alle implicazioni geopolitiche di vasta portata legate alla proprietà dei dati e dei server e alle materie prime. Nonostante tutto ciò, tecnologie quali ChatGPT o Claude, ad esempio, potrebbero essere d’aiuto alla terza età rispondendo direttamente a domande e dubbi, facendo da tutorial per l’uso di altre tecnologie, anche mediante i comandi vocali, riducendo la difficoltà di approccio con smartphone o tastiere.

Il messaggio degli anziani sulla formazione

Al di là dei possibili utilizzi, che chiedono sempre prudenza, poiché una minore familiarità con alcuni strumenti digitali può aumentare la vulnerabilità di fronte a determinate cybertruffe, l’evento e l’interesse di queste persone mostrano una realtà che dovrebbe essere chiara a tutti: nessuno dovrebbe ormai considerare l’AI un fenomeno che non lo riguarda, anche se magari pensa di non avere le necessarie conoscenze o ne ha paura. Come Ated siamo fortemente convinti che sia fondamentale una formazione trasversale, poiché saranno sempre meno gli ambiti e le professioni che potranno considerarsi estranei alla trasformazione portata dall’intelligenza artificiale. L’unico modo per rimanere competitivi nel mercato, sia per le aziende sia per i singoli lavoratori, è quello di aggiornarsi e di recepirla nei propri processi e soprattutto nel proprio modo di pensare. Anche chi è legato a una mentalità che guarda con sospetto l’evoluzione non può combattere una battaglia contro l’AI, ma è chiamato ad approcciarsi con curiosità per comprendere come possa farne il motore della sua crescita.

Che formazione serve per restare nel mercato del lavoro

I dati sulla digitalizzazione in Svizzera sottolineano come le giovani generazioni abbiano di solito una maggiore competenza nell’uso delle tecnologie, anche se in generale la stessa non è da ritenersi soddisfacente. L’intelligenza artificiale deve però riguardare tutti: modificherà il mercato del lavoro e le competenze richieste e chi non vorrà provvedere alla propria formazione costante, comprendendo di aver bisogno di aggiornarsi su tecnologie in continuo sviluppo, rischia di autoescludersi da alcune opportunità professionali. Serve acquisire le competenze tecniche e al contempo uno sguardo critico sui possibili rischi e sui bias cognitivi legati all’intelligenza artificiale.

Gli APF: opportunità anche per i meno giovani

Per questo come Ated ci rivolgiamo a varie fasce della popolazione e puntiamo a introdurre all’AI già i più giovani, come avvenuto durante l’estate col corso intensivo. Per lo stesso motivo incoraggiamo le aziende a pensare alla formazione di tutti i loro collaboratori, poiché sempre meno professionisti potranno prescindere dalla conoscenza degli strumenti di intelligenza artificiale, che dovranno essere resi sempre più personalizzati e adattati a ogni realtà. I nostri APF sono corsi a cui può accedere anche chi non ha titoli di studio universitari ma ha concluso un apprendistato: sono l’occasione per chi crede di non conoscere l’AI ma desidera colmare la lacuna, acquisendo nozioni importanti e competenze sempre più richieste dal mondo del lavoro, in ambito di progettazione, gestione e creazione di infrastrutture AI specifiche (Digital Collaboration Specialist e Business AI Specialist, da frequentare anche in combo), in sicurezza (Cyber Security Specialist) e nella creazione di contenuti (Multimedia Content Creator). Vengono frequentati durante lo svolgimento della carriera e rappresentano un’interessante opportunità di aggiornamento per permettere anche a chi ha una certa età di acquisire competenze che lo manterranno competitivo sul mercato se dovesse desiderare o necessitare di un cambio professionale.

Per noi di Ated la formazione riguardo alla tecnologia in generale e all’AI deve essere trasversale, rivolta a tutti. Gli anziani che hanno provato ad approcciarsi con l’intelligenza artificiale, mettendosi in gioco in un mondo che potevano percepire come distante dal proprio, hanno dato prova dell’apertura e della curiosità che potrebbero fare la differenza per tutti. Chiedersi come poter utilizzare le innovazioni piuttosto che vederle come distanti dal proprio modo di essere e di vedere il mondo sarà sempre più una chiave vincente, per un’innovazione a favore dell’uomo e non contro.

Prossimi eventi Ated

23 ottobre: Un giorno nel cuore della tecnologia: Zurigo e Google

27 ottobre: ATED Tech Espresso Mendrisio

19 novembre: Festival AI Ticino e Regione Insubrica

Chi non cambia mentalità perde competitività

L’intelligenza artificiale spazzerà via dal mercato del lavoro intere professioni e fasce d’età di lavoratori, quelli meno giovani, meno freschi di studi? Se lo chiedono in molti, in realtà, secondo Fausto Turco, AI & Digital transformer, fondatore de “Il punto digitale”, che ama definirsi “Tech Humanizer”, proprio la convivenza tra generazioni e competenze diverse potrebbe essere la chiave vincente per le aziende che vogliono avere una marcia in più, a patto però di una modifica sostanziale di mentalità.

Ovvero: non resta indietro chi non è un nativo digitale (che non comporta, in ogni caso, una automatica conoscenza della tecnologia, ma spesso una credenza in merito, se si pensa tra l’altro che una buona percentuale della popolazione svizzera non ha una sufficiente competenza in termini digitali), ma chi non fa uno scatto di mentalità e non modifica il suo punto di vista, il suo approccio all’intelligenza artificiale e a quelli che sono la sua base imprescindibile, i dati. Ovviamente, la conditio sine qua non è la formazione in merito agli strumenti fondamentali della digitalizzazione e dell’AI, che noi come Ated proponiamo ad aziende e lavoratori, però senza dubbio non è sufficiente.

Se ci sono lacune, l’AI le amplifica

Fausto Turco, che sarà relatore al Festival dell’AI Svizzera e Italia di novembre, in una sua interessante analisi porta la sua opinione su che cosa significa un vero cambio di mindset legato all’intelligenza artificiale che, in perfetta risonanza con la nostra visione generale, definisce “una grande possibilità per rimettere il pensiero al centro”, per un’innovazione che ruoti attorno all’uomo e non alle macchine. Fa notare infatti come spesso accada che delle società investano in tecnologie, anche di ottima qualità, allocando risorse importanti, credendo di portare un’innovazione, senza poi progredire se non sulla carta.

Stando alle sue parole, l’AI amplifica quel che già c’è e se vi sono delle lacune nella strategia e nella direzione di un’azienda, non farà che metterle in evidenza maggiormente, piuttosto che colmarle. A suo avviso, è meglio scegliere di rallentare, almeno apparentemente, per modificare e ristrutturare alcuni aspetti aziendali, a partire dalla mentalità e dal modo di intendere i dati, per poi avere un’evoluzione maggiormente efficace e reale. Serve cambiare quelle che definisce “strutture analogiche”, non tanto nella tecnologia quanto nella mentalità.

Il ruolo dei dati in un uso efficace dell’intelligenza artificiale: guardare al futuro, non al passato

“La cultura analogica non si misura in anni di anzianità né in capacità di usare un’app: si misura nel modo in cui si concepisce il lavoro, si distribuisce l’autorità decisionale, si tratta il dato come informazione viva o come scoria amministrativa”, scrive Fausto Turco. I dati sono il nutrimento con cui funziona l’intelligenza artificiale: tanto chatbot tradizionali, come ChatGPT, Claude o altri, che altri programmi, sono in grado di creare ex novo risposte e contenuti, ma lo fanno sulla base dei dati che ricevono e che possono analizzare e elaborare. Tradotto, più efficace è l’imput, più mirato sarà anche l’output.

Come le aziende trattano i dati e il cambio di mentalità necessario

La gestione dei dati è da sempre ravvisata come un limite allo sviluppo dell’AI. Infatti, ci sono aziende che per anni non hanno trattato in modo efficiente i dati, perdendoli tra gestionali diversi, per esempio uno per le fatture ricevute ed uno per i nominativi dei clienti, tanto per portare un caso, o addirittura non segnando e tracciando informazioni che sono poi andate perse e che fotograferebbero in modo reale l’andamento aziendale.

Per Fausto Turco, il problema non è solamente tecnologico, perché quello, in fondo, si può risolvere investendo in tecnologie, ma “l’abitudine a documentare il lavoro come adempimento formale piuttosto che come condivisione di conoscenza”. Se vengono registrati solo dati che, anche nei cruscotti dashboard e nei sistemi di Business Intelligence più sofisticati, il rischio è di guardare indietro, a quello che è stato, e non in avanti, al futuro. E l’AI interviene sul futuro, sul domani.

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Quando un giovane può “rubare” il lavoro a un manager grazie all’AI

Saper usare al meglio i dati potrebbe consentire a un giovane appena uscito da un’università o da corsi di formazione, come i nostri AFP, dove si parla di intelligenza artificiale, di proporre, con l’uso dei chatbot, un’analisi più innovativa e perspicace di quella di un manager di lunga data. Quest’ultimo potrebbe conoscere alla perfezione i meccanismi dell’azienda, ma non sapere quali dati usare, restando indietro rispetto a una persona meno addentro alle dinamiche. Dunque, cosa possono fare le generazioni meno giovani per restare al passo?

Innovarsi sempre per restare al passo. Non nuovi ruoli ma nuove competenze

Per Fausto Turco non solamente imparare a usare l’AI ma soprattutto cambiare mentalità e comprendere che l’intelligenza artificiale artificiale sta modificando l’intera struttura economica e continuerà a farlo, modificando non solo governance e management ma anche la struttura di gestione e comunicazione. Saranno richieste sempre nuove competenze, che cambieranno di progetto in progetto, creando non tanto nuovi ruoli bensì nuove mansioni: chi non è pronto a rimettersi in gioco costantemente potrebbe non essere competitivo e appetibile per il mercato.

Perché la collaborazione transgenerazionale è vincente

Ma le generazioni più esperte hanno il vantaggio di conoscere il “saper fare” e il loro compito è insegnare ai più giovani e meno esperti a “saper far fare” all’AI. Magari non conosceranno gli algoritmi, però saranno in grado di valutare la pertinenza di un imput. Secondo Fausto Turco la chiave per la vera evoluzione di un’azienda è far lavorare assieme, in quest’ottica, le generazioni, affiancarle e farle chinare su un problema da risolvere con l’intelligenza artificiale.

Lì sta il vero cambio di mentalità. I ruoli cambieranno, certamente, alla velocità in cui le persone sapranno adeguarsi, e lo stesso vale per le aziende, di qualsiasi dimensione e settore. Si avrà una rivoluzione nel modo di intendere le HR, perché muteranno le competenze, in continuo divenire, da mappare e su cui lavorare. Tutti dovranno ampliare le competenze in modo dinamico e lavorare sui loro data-driven. I silos verticali, sia per quanto riguarda ruoli che per le strutture e le tecnologie, saranno superati da nuove governance e visioni. L’AI porterà una rivoluzione a chi è pronto a adattare la sua mentalità, altrimenti sarà un’innovazione solo sulla carta.

La call to project di Ated

Fausto Turco sarà tra i relatori del Festival AI Svizzera e Italia, l’evento più importante di Ated per durata e coinvolgimento di personaggi di rilievo del mondo tech e visitatori. È aperta la call to project per progetti innovativi.

Per partecipare: Ated AI Innovation Challenge

Prossimi eventi Ated

11 giugno: ESTATED

16 luglio: AIPerithink

27 agosto: AIPerithink