AI Economy: il mercato dell’intelligenza artificiale secondo Jacopo Paoletti

May 19, 2026 | Uncategorized

Gli anziani a tavola con l’intelligenza artificiale

Anziani che non desiderano rimanere esclusi dalle ultime innovazioni, provando ad approcciarsi, portando anche eventuali difficoltà e dubbi, all’intelligenza artificiale, con curiosità e la voglia di comprendere se e come potrà avere un ruolo nella loro vita: un recente evento tenutosi a Tenero per la terza età mostra come con l’AI possano entrare in contatto tutti. Che cosa muove, però, delle persone ormai in là con gli anni a prendere parte a una mattinata dedicata all’innovazione, soprattutto se sono fuori dal mondo lavorativo? E come si può leggere questo caso?

Generazioni che hanno già attraversato la rivoluzione digitale

Solitamente si pensa agli anziani come a persone poco avvezze alla tecnologia, soprattutto se essa è arrivata quando ormai avevano già integrato i loro metodi per lavorare e svolgere le loro attività e le novità rischiavano di scombinarli. Sono generazioni che probabilmente hanno vissuto la paura di essere sostituite da macchine e pc per rendersi conto spesso che innovazione e fattore umano, per un vero successo, vanno di pari passo. Spesso chi appartiene a fasce d’età meno giovani impiega più tempo a utilizzare correntemente le nuove tecnologie, che siano di uso lavorativo oppure personale. Meno abituati dei giovani a novità e sviluppi continui, che ora con l’AI hanno conosciuto una rapidità mai vista prima che richiede una formazione costante, si sono trovati più sovente a temere di non essere in grado di apprendere. Ritengono di essere meno avvezzi all’uso delle tecnologie rispetto ai giovani, che sono ritenuti altamente alfabetizzati tecnologicamente perché nativi digitali: in realtà l’essere nati in un’epoca fortemente tecnologica ed essere stati esposti in maniera attiva e passiva alle innovazioni non porta necessariamente a una reale conoscenza ed è un fattore spesso sottovalutato. Semmai i più giovani si approcciano agli studi in un periodo storico in cui le continue innovazioni portano a un’abitudine a dover imparare a utilizzare programmi, strumenti e funzionalità sempre nuovi, con una frequenza maggiore rispetto a quanto avveniva durante il percorso formativo delle generazioni precedenti. Ma in realtà molti anziani di oggi sono passati attraverso l’informatizzazione e i primi processi della digitalizzazione, probabilmente adattandosi più di quanto ritengano di aver fatto, ma continuando a non vedersi capaci.

Cosa può fare l’AI per gli anziani

Quando si parla di anziani fuori dal mondo del lavoro, l’uso della tecnologia arriva spesso per rimanere in contatto con i propri familiari e anche durante l’evento sull’intelligenza artificiale è stato rimarcato come l’interesse sia maggiore tra coloro che vengono stimolati sul tema da figli o nipoti in giovane età. L’AI può essere utile agli anziani? Per utilizzarla è indispensabile un minimo di conoscenza tecnologica, però il paradosso dei chatbot conversazionali generativi è che potrebbero essere di utilizzo più immediato. Quando si parla di intelligenza artificiale non si possono ignorare la complessità degli algoritmi che la muovono, i lunghi e operosi processi di elaborazione dei dati e apprendimento di pattern, oltre alle implicazioni geopolitiche di vasta portata legate alla proprietà dei dati e dei server e alle materie prime. Nonostante tutto ciò, tecnologie quali ChatGPT o Claude, ad esempio, potrebbero essere d’aiuto alla terza età rispondendo direttamente a domande e dubbi, facendo da tutorial per l’uso di altre tecnologie, anche mediante i comandi vocali, riducendo la difficoltà di approccio con smartphone o tastiere.

Il messaggio degli anziani sulla formazione

Al di là dei possibili utilizzi, che chiedono sempre prudenza, poiché una minore familiarità con alcuni strumenti digitali può aumentare la vulnerabilità di fronte a determinate cybertruffe, l’evento e l’interesse di queste persone mostrano una realtà che dovrebbe essere chiara a tutti: nessuno dovrebbe ormai considerare l’AI un fenomeno che non lo riguarda, anche se magari pensa di non avere le necessarie conoscenze o ne ha paura. Come Ated siamo fortemente convinti che sia fondamentale una formazione trasversale, poiché saranno sempre meno gli ambiti e le professioni che potranno considerarsi estranei alla trasformazione portata dall’intelligenza artificiale. L’unico modo per rimanere competitivi nel mercato, sia per le aziende sia per i singoli lavoratori, è quello di aggiornarsi e di recepirla nei propri processi e soprattutto nel proprio modo di pensare. Anche chi è legato a una mentalità che guarda con sospetto l’evoluzione non può combattere una battaglia contro l’AI, ma è chiamato ad approcciarsi con curiosità per comprendere come possa farne il motore della sua crescita.

Che formazione serve per restare nel mercato del lavoro

I dati sulla digitalizzazione in Svizzera sottolineano come le giovani generazioni abbiano di solito una maggiore competenza nell’uso delle tecnologie, anche se in generale la stessa non è da ritenersi soddisfacente. L’intelligenza artificiale deve però riguardare tutti: modificherà il mercato del lavoro e le competenze richieste e chi non vorrà provvedere alla propria formazione costante, comprendendo di aver bisogno di aggiornarsi su tecnologie in continuo sviluppo, rischia di autoescludersi da alcune opportunità professionali. Serve acquisire le competenze tecniche e al contempo uno sguardo critico sui possibili rischi e sui bias cognitivi legati all’intelligenza artificiale.

Gli APF: opportunità anche per i meno giovani

Per questo come Ated ci rivolgiamo a varie fasce della popolazione e puntiamo a introdurre all’AI già i più giovani, come avvenuto durante l’estate col corso intensivo. Per lo stesso motivo incoraggiamo le aziende a pensare alla formazione di tutti i loro collaboratori, poiché sempre meno professionisti potranno prescindere dalla conoscenza degli strumenti di intelligenza artificiale, che dovranno essere resi sempre più personalizzati e adattati a ogni realtà. I nostri APF sono corsi a cui può accedere anche chi non ha titoli di studio universitari ma ha concluso un apprendistato: sono l’occasione per chi crede di non conoscere l’AI ma desidera colmare la lacuna, acquisendo nozioni importanti e competenze sempre più richieste dal mondo del lavoro, in ambito di progettazione, gestione e creazione di infrastrutture AI specifiche (Digital Collaboration Specialist e Business AI Specialist, da frequentare anche in combo), in sicurezza (Cyber Security Specialist) e nella creazione di contenuti (Multimedia Content Creator). Vengono frequentati durante lo svolgimento della carriera e rappresentano un’interessante opportunità di aggiornamento per permettere anche a chi ha una certa età di acquisire competenze che lo manterranno competitivo sul mercato se dovesse desiderare o necessitare di un cambio professionale.

Per noi di Ated la formazione riguardo alla tecnologia in generale e all’AI deve essere trasversale, rivolta a tutti. Gli anziani che hanno provato ad approcciarsi con l’intelligenza artificiale, mettendosi in gioco in un mondo che potevano percepire come distante dal proprio, hanno dato prova dell’apertura e della curiosità che potrebbero fare la differenza per tutti. Chiedersi come poter utilizzare le innovazioni piuttosto che vederle come distanti dal proprio modo di essere e di vedere il mondo sarà sempre più una chiave vincente, per un’innovazione a favore dell’uomo e non contro.

Prossimi eventi Ated

23 ottobre: Un giorno nel cuore della tecnologia: Zurigo e Google

27 ottobre: ATED Tech Espresso Mendrisio

19 novembre: Festival AI Ticino e Regione Insubrica

Il libro di Jacopo Paoletti

L’intelligenza artificiale sta dando vita a un nuovo tipo di mercato, che cerca di predire le richieste e i desideri dei consumatori, adattando produzione e scorte, con innegabili possibilità di ottimizzazione, e non più di chiedere alle persone che cosa vogliono. Secondo Jacopo Paoletti, autore del libro AI Economy, dove sono presenti “contributi originali di imprenditori, manager, esperti, professori e ricercatori universitari, con uno sguardo volutamente interdisciplinare: economia, tecnologia, impresa, umano, diritto, lavoro, consumo, potere, giustizia, desiderio”, le modifiche sono già visibili e la domanda non è più “se” integrare l’AI ma come la si vuole adottare.

Jacopo Paoletti

Che cosa rappresenta oggi l’AI

Nel libro la tesi forte è che ormai l’intelligenza artificiale non sia più, spiega, “soltanto una tecnologia, né semplicemente una famiglia di strumenti da aggiungere ai processi esistenti. È qualcosa di più profondo: una nuova architettura dell’economia. Con questo intendo dire che l’AI non interviene più solo in un punto della catena del valore (un software, un reparto, una funzione aziendale, una campagna marketing, un algoritmo di raccomandazione) ma tende a riorganizzare il modo stesso in cui valore, decisioni, informazioni, lavoro, consumo e potere vengono prodotti e distribuiti”. E uno dei cambiamenti più importanti e forse non visti da osservatori esterni, che si concentrano principalmente su come può portare alla perdita di posti di lavoro e a automatizzazioni che vanno a ridurre l’importanza umana, è proprio quello che riguarda il rapporto tra domanda e offerta.

L’algoritmo del desiderio e il suo impatto sul mercato (e su di noi)

L’AI è in grado, per definizione, non solo di prendersi a carico alcuni compiti ripetitivi e ritenuti spesso noiosi e con alte possibilità, proprio per questo, di errore, ma anche e soprattutto di analizzare i dati che le vengono trasmessi e di personalizzare offerte e portare previsioni. Gli algoritmi mostrano agli utenti, a partire da piattaforme come i social o quelle di consumo di servizi, dei risultati che potrebbero essere di loro gradimento. Come li definiscono? A partire da quello che hanno già apprezzato, visto, su cui sono tornati, che hanno comprato. “Nel libro parlo dell’“algoritmo del desiderio” proprio per indicare questo passaggio: l’AI non si limita a chiederci che cosa vogliamo, ma prova a dedurlo prima che lo formuliamo. Ogni click, ogni tempo di permanenza, ogni acquisto, ogni esitazione, ogni ritorno su una pagina diventa materiale predittivo. Il consumatore, in questo scenario, non è più solo un soggetto che sceglie; diventa anche un oggetto modellizzato”, sono le parole di Jacopo Paoletti, uno dei formatori del percorso Business AI Specialist e sarà relatore al Festival AI Svizzera e Italia. È manager, imprenditore e advisor con background in economia digitale e ingegneria informatica, studia gli incroci tra marketing, comunicazione e tecnologia, è docente, autore e relatore su innovazione e trasformazione digitale.

I vantaggi che il nuovo mercato può portare alle aziende

Dunque, in automatico, il valore si sposta non più solamente sul bene ma “nella capacità di leggere il comportamento che lo precede e lo segue. Una piattaforma che capisce meglio la domanda può

produrre meglio, distribuire meglio, comunicare meglio, prezzare meglio”. Quali sono le conseguenze di un mercato configurato in questo modo, dove per mercato non si deve intendere solo il commercio, bensì “il retail fisico, la moda, il turismo, l’hospitality, la finanza, l’entertainment, la logistica, la distribuzione alimentare”? Per le aziende, ci sono sicuramente dei vantaggi: “L’AI consente di prevedere scorte, adattare prezzi, personalizzare offerte, costruire esperienze, ottimizzare magazzini, ridurre sprechi, segmentare pubblici, generare contenuti, simulare scenari. L’OCSE osserva che sistemi AI di ricerca, raccomandazione e conversazione possono ridurre i costi di ricerca e verifica per consumatori e clienti, filtrando, classificando e personalizzando le opzioni, con effetti potenzialmente positivi sulla qualità del matching e sulla concorrenza”.

E i rischi connessi con un mercato mosso dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale

Al tempo stesso però il mercato può perdere la spontaneità, perché mette il consumatore davanti a prodotti che potenzialmente gli piacciono, perché seguono i suoi gusti, senza fargli conoscere un ampio ventaglio di scelte alternative. Spesso infatti si vive anche di novità, di sperimentazioni su servizi e prodotti nuovi, mai usati e magari mai nemmeno considerati prima. Ma se il ventaglio di scelte si riduce, ad opera di un algoritmo, è difficile conoscerli e dunque sceglierli, creando un contesto più adattivo e meno esplorativo. Al tempo stesso, l’intelligenza artificiale può quindi, per Jacopo Paoletti, “generare efficienza, sostenibilità, riduzione degli sprechi, servizi più pertinenti. Ma può anche creare asimmetrie enormi tra chi possiede infrastrutture, dati e modelli e chi invece resta fuori da quella capacità di anticipazione”.

Contemporaneamente, la predizione può anche diventare performativa: “Se un sistema prevede che una certa tendenza crescerà, le imprese possono investire in quella direzione, le piattaforme possono darle più visibilità, i consumatori possono incontrarla più spesso, gli influencer possono rilanciarla, i media possono raccontarla. A quel punto la previsione non descrive soltanto il futuro: contribuisce a produrlo. È la profezia autoavverante del mercato algoritmico. La questione si vede bene anche nel pricing. L’OCSE segnala che l’adozione dell’AI amplia in modo significativo la capacità delle imprese di praticare dynamic pricing ad alta frequenza e offerte personalizzate, elaborando dati comportamentali e transazionali per stimare con precisione la disponibilità a pagare dei consumatori”.

L’AI e il fattore umano. “Liberare l’uomo per restituirgli tempo, non sostituirlo”

In definitiva la sfida sta nel trovare un equilibrio ed è qui che si gioca l’intera partita per quanto concerne l’AI e il suo uso. Jacopo Paoletti sposa la visione di noi di Ated in merito a un’intelligenza artificiale che sappia restare umana. Per lui, “ il lato umano si mantiene quando non viene usata per rendere l’uomo superfluo, ma per liberarlo dalle parti più ripetitive, cieche o meccaniche del lavoro, restituendogli tempo per ciò che richiede presenza: ascolto, intuizione, responsabilità, relazione, immaginazione, decisione”. In pratica, vuol dire agire “progettando processi in cui le persone conservano comprensione, responsabilità e possibilità reale di intervento. Significa formazione, spiegabilità, cultura del dato, governance, supervisione, capacità critica. Significa soprattutto non delegare all’AI le domande che richiedono senso, e non solo calcolo”. Porta a farsi domande, su come si vuole usare l’intelligenza artificiale e con che regolamentazioni, come fa notare parlando di AI Act europeo, che ha lo scopo di rendere l’innovazione affidabile, non di frenarla. Una lezione per lui centrale.

Le opinioni degli esperti: l’AI che fa la differenza è concreta

Un atout che arricchisce ancor di più AI Economy, il lavoro di Jacopo Paoletti, che parla dei dati come della “biosfera cognitiva” dell’economia, sono le opinioni di personalità di spicco di vari mondi. E tra di esse ci sono dei fil rouge che parlano di come è percepita l’AI nel mercato: per quasi tutti, non è un semplice strumento bensì “una tecnologia trasformativa, una forza infrastrutturale, un nuovo livello dell’organizzazione sociale ed economica” (per dirla con l’autore, la nuova energia elettrica). Molti sono consapevoli che l’AI che sa davvero trasformare è quella che entra in modo silenzioso nei progetti e li trasforma, senza per forza clamore. E infine, c’è la percezione di un fenomeno che coinvolge economica, tecnologia, umanità, che va esplorato nella sua complessità

La nostra call to project È quello che come Ated vogliamo fare nel Festival AI Svizzera e Italia, per cui è aperta una call to project per progetti innovativi.


Per partecipare: Ated AI Innovation Challenge