Intelligenza artificiale e bias cognitivi: il ruolo delle donne nel tech ne risente?

Jul 9, 2026 | Festival-AI 2026

Gli anziani a tavola con l’intelligenza artificiale

Anziani che non desiderano rimanere esclusi dalle ultime innovazioni, provando ad approcciarsi, portando anche eventuali difficoltà e dubbi, all’intelligenza artificiale, con curiosità e la voglia di comprendere se e come potrà avere un ruolo nella loro vita: un recente evento tenutosi a Tenero per la terza età mostra come con l’AI possano entrare in contatto tutti. Che cosa muove, però, delle persone ormai in là con gli anni a prendere parte a una mattinata dedicata all’innovazione, soprattutto se sono fuori dal mondo lavorativo? E come si può leggere questo caso?

Generazioni che hanno già attraversato la rivoluzione digitale

Solitamente si pensa agli anziani come a persone poco avvezze alla tecnologia, soprattutto se essa è arrivata quando ormai avevano già integrato i loro metodi per lavorare e svolgere le loro attività e le novità rischiavano di scombinarli. Sono generazioni che probabilmente hanno vissuto la paura di essere sostituite da macchine e pc per rendersi conto spesso che innovazione e fattore umano, per un vero successo, vanno di pari passo. Spesso chi appartiene a fasce d’età meno giovani impiega più tempo a utilizzare correntemente le nuove tecnologie, che siano di uso lavorativo oppure personale. Meno abituati dei giovani a novità e sviluppi continui, che ora con l’AI hanno conosciuto una rapidità mai vista prima che richiede una formazione costante, si sono trovati più sovente a temere di non essere in grado di apprendere. Ritengono di essere meno avvezzi all’uso delle tecnologie rispetto ai giovani, che sono ritenuti altamente alfabetizzati tecnologicamente perché nativi digitali: in realtà l’essere nati in un’epoca fortemente tecnologica ed essere stati esposti in maniera attiva e passiva alle innovazioni non porta necessariamente a una reale conoscenza ed è un fattore spesso sottovalutato. Semmai i più giovani si approcciano agli studi in un periodo storico in cui le continue innovazioni portano a un’abitudine a dover imparare a utilizzare programmi, strumenti e funzionalità sempre nuovi, con una frequenza maggiore rispetto a quanto avveniva durante il percorso formativo delle generazioni precedenti. Ma in realtà molti anziani di oggi sono passati attraverso l’informatizzazione e i primi processi della digitalizzazione, probabilmente adattandosi più di quanto ritengano di aver fatto, ma continuando a non vedersi capaci.

Cosa può fare l’AI per gli anziani

Quando si parla di anziani fuori dal mondo del lavoro, l’uso della tecnologia arriva spesso per rimanere in contatto con i propri familiari e anche durante l’evento sull’intelligenza artificiale è stato rimarcato come l’interesse sia maggiore tra coloro che vengono stimolati sul tema da figli o nipoti in giovane età. L’AI può essere utile agli anziani? Per utilizzarla è indispensabile un minimo di conoscenza tecnologica, però il paradosso dei chatbot conversazionali generativi è che potrebbero essere di utilizzo più immediato. Quando si parla di intelligenza artificiale non si possono ignorare la complessità degli algoritmi che la muovono, i lunghi e operosi processi di elaborazione dei dati e apprendimento di pattern, oltre alle implicazioni geopolitiche di vasta portata legate alla proprietà dei dati e dei server e alle materie prime. Nonostante tutto ciò, tecnologie quali ChatGPT o Claude, ad esempio, potrebbero essere d’aiuto alla terza età rispondendo direttamente a domande e dubbi, facendo da tutorial per l’uso di altre tecnologie, anche mediante i comandi vocali, riducendo la difficoltà di approccio con smartphone o tastiere.

Il messaggio degli anziani sulla formazione

Al di là dei possibili utilizzi, che chiedono sempre prudenza, poiché una minore familiarità con alcuni strumenti digitali può aumentare la vulnerabilità di fronte a determinate cybertruffe, l’evento e l’interesse di queste persone mostrano una realtà che dovrebbe essere chiara a tutti: nessuno dovrebbe ormai considerare l’AI un fenomeno che non lo riguarda, anche se magari pensa di non avere le necessarie conoscenze o ne ha paura. Come Ated siamo fortemente convinti che sia fondamentale una formazione trasversale, poiché saranno sempre meno gli ambiti e le professioni che potranno considerarsi estranei alla trasformazione portata dall’intelligenza artificiale. L’unico modo per rimanere competitivi nel mercato, sia per le aziende sia per i singoli lavoratori, è quello di aggiornarsi e di recepirla nei propri processi e soprattutto nel proprio modo di pensare. Anche chi è legato a una mentalità che guarda con sospetto l’evoluzione non può combattere una battaglia contro l’AI, ma è chiamato ad approcciarsi con curiosità per comprendere come possa farne il motore della sua crescita.

Che formazione serve per restare nel mercato del lavoro

I dati sulla digitalizzazione in Svizzera sottolineano come le giovani generazioni abbiano di solito una maggiore competenza nell’uso delle tecnologie, anche se in generale la stessa non è da ritenersi soddisfacente. L’intelligenza artificiale deve però riguardare tutti: modificherà il mercato del lavoro e le competenze richieste e chi non vorrà provvedere alla propria formazione costante, comprendendo di aver bisogno di aggiornarsi su tecnologie in continuo sviluppo, rischia di autoescludersi da alcune opportunità professionali. Serve acquisire le competenze tecniche e al contempo uno sguardo critico sui possibili rischi e sui bias cognitivi legati all’intelligenza artificiale.

Gli APF: opportunità anche per i meno giovani

Per questo come Ated ci rivolgiamo a varie fasce della popolazione e puntiamo a introdurre all’AI già i più giovani, come avvenuto durante l’estate col corso intensivo. Per lo stesso motivo incoraggiamo le aziende a pensare alla formazione di tutti i loro collaboratori, poiché sempre meno professionisti potranno prescindere dalla conoscenza degli strumenti di intelligenza artificiale, che dovranno essere resi sempre più personalizzati e adattati a ogni realtà. I nostri APF sono corsi a cui può accedere anche chi non ha titoli di studio universitari ma ha concluso un apprendistato: sono l’occasione per chi crede di non conoscere l’AI ma desidera colmare la lacuna, acquisendo nozioni importanti e competenze sempre più richieste dal mondo del lavoro, in ambito di progettazione, gestione e creazione di infrastrutture AI specifiche (Digital Collaboration Specialist e Business AI Specialist, da frequentare anche in combo), in sicurezza (Cyber Security Specialist) e nella creazione di contenuti (Multimedia Content Creator). Vengono frequentati durante lo svolgimento della carriera e rappresentano un’interessante opportunità di aggiornamento per permettere anche a chi ha una certa età di acquisire competenze che lo manterranno competitivo sul mercato se dovesse desiderare o necessitare di un cambio professionale.

Per noi di Ated la formazione riguardo alla tecnologia in generale e all’AI deve essere trasversale, rivolta a tutti. Gli anziani che hanno provato ad approcciarsi con l’intelligenza artificiale, mettendosi in gioco in un mondo che potevano percepire come distante dal proprio, hanno dato prova dell’apertura e della curiosità che potrebbero fare la differenza per tutti. Chiedersi come poter utilizzare le innovazioni piuttosto che vederle come distanti dal proprio modo di essere e di vedere il mondo sarà sempre più una chiave vincente, per un’innovazione a favore dell’uomo e non contro.

Prossimi eventi Ated

23 ottobre: Un giorno nel cuore della tecnologia: Zurigo e Google

27 ottobre: ATED Tech Espresso Mendrisio

19 novembre: Festival AI Ticino e Regione Insubrica

Le domande che riguardano AI e donne

Che ruolo può avere l’AI in una visione paritaria e inclusiva a livello di genere? E le donne, in questo momento, come sono collocate rispetto alle posizioni di vertice nei progetti non solamente di implementazione e gestione ma anche di ideazione e sviluppo dell’intelligenza artificiale: tradotto, sono presenti nelle posizioni che contano oppure si parla di un settore prettamente maschile? Sono due tematiche che si intrecciano nelle riflessioni e nei lavori di Alessia Canfarini, che sarà relatrice al Festival AI Svizzera e Italia.

Bias cognitivi, un rischio presente

A novembre a Lugano porterà il tema dei bias cognitivi che possono essere connessi a programmi di intelligenza artificiale soprattutto generativa, un argomento di cui si parla troppo poco e che però, nell’ottica di un uso massivo dei sistemi, va considerata. Infatti, se non si attenziona il fatto che determinate visioni possono essere amplificate da programmi generativi, da ChatGPT e Gemini in poi, ci si potrebbe trovare di fronte a contenuti prodotti ex novo che però portano con loro idee mediate da posizioni politiche o da visioni discriminatorie. Secondo Alessia Canfarini, infatti, nello sviluppo dell’AI c’è un “rischio per le minoranze ed anche per le donne: non lo vedo come un problema futuro, remoto, da osservare con curiosità. Lo vedo come un rischio già presente ogni volta che un sistema automatizzato entra in processi di selezione, valutazione, accesso al credito, welfare, formazione, sanità, sicurezza, comunicazione”. Insomma, è qualcosa di già presente, che potrebbe, se non considerato, portare a effetti al momento inattesi.

Donne pioniere o presenze numericamente e qualitativamente importanti?

Equity Partner di Bip e Guida del Centro di Eccellenza Human Capital, da un quarto di secolo si occupa di trasformazione e innovazione aziendale, con una visione molto simile a quella di noi di Ated, con le persone al centro dei processi, verso un business che abbia un impatto etico e sostenibile, con l’AI quindi al servizio delle persone e non al posto. È particolarmente sensibile alla tematica della presenza e del ruolo delle donne e spesso divulga contenuti relativi al contesto in cui operano. Sottolinea come delle donne tech, come le definisce, ovvero che abbiano posizioni importanti nel lavoro con l’intelligenza artificiale, che progettano, studiano, governano e interrogano, siano ormai presenti, ma al tempo stesso siano viste ancora come delle pioniere o come delle eccezioni. “Il problema è proprio questo: quando una presenza deve essere continuamente celebrata come eccezionale, significa che non è ancora percepita come normale”, afferma.

Non quote rosa ma quesiti diversi per un sistema AI più intelligente

Chi le vede quindi come marginali, quando non lo sono? Alessia Canfarini allarga il campo in un’analisi sociologica: “Da un immaginario collettivo che associa ancora la tecnologia a un codice maschile; da alcune culture organizzative che confondono competenza tecnologica e stile di leadership dominante; da percorsi educativi che orientano troppo presto bambine e ragazze lontano da matematica, ingegneria, informatica; a volte anche dai processi di carriera, che riconoscono più facilmente il potenziale quando assomiglia a quello già visto”. Come spesso accade quando si parla di presenza femminile, ci tiene a far notare come non si tratti semplicemente di quote rosa, ma di un approccio differente, che possa rendere il sistema non “più gentile”, come può passare in alcune visioni della società, ma “più intelligente. Perché un sistema costruito da sguardi omogenei vede meno mondo. E un’intelligenza artificiale che vede meno mondo decide peggio”.

Il ruolo dell’AI nell’amplificazione di bias cognitivi

Dato come funziona l’AI, che genera nuovi contenuti non partendo totalmente da zero ma utilizzando i dati con cui è stata istruita, paradossalmente alcuni bias cognitivi legati alla parità di genere e ad altre minoranze possono essere amplificati anziché cancellati. Alessia Canfarini parla di “un’eredità culturale che entra nel sistema”, che usa una storia che non è neutra bensì “piena di gerarchie, esclusioni, stereotipi e asimmetrie di potere”. L’intelligenza artificiale non discrimina di sua volontà, non avendo intenzioni proprie, ma può “automatizzare discriminazioni già esistenti e renderle più difficili da vedere”. Tra cui quelle relative alle donne, che già vengono ancora viste come marginali nei processi di sviluppo dell’AI quando non lo sono. E se una decisione umana può essere contestata e messa in discussione, secondo Alessia Canfarini è più difficile che ciò venga fatto con l’intelligenza artificiale: “una decisione algoritmica rischia di apparire oggettiva solo perché è mediata da una macchina”, quando in realtà può rendere ancor più diffuso dei bias cognitivi.: una problematica non del futuro, ma già presente, su cui ci si deve chinare oggi.

Gli impatti dei bias cognitivi per le donne

Quali sono i biasi cognitivi che possono essere amplificati dall’intelligenza artificiale, se non vi è una profonda riflessione sui dati con cui viene addestrata (che a suo avviso non possono essere solo “puliti”, ma serve interrogare la cultura che rappresentano, un lavoro dunque più profondo e concettuale)? In primis quelli relativi al genere, che vedono le donne associate a ruoli di cura e relazionali e meno a leadership e tecnologia, appannaggio degli uomini. Per Alessia Canfarini un potenziale rischio è che tra i profili dei candidati per un determinato ruolo lavorativo l’AI selezioni un uomo, non perché glielo si dica esplicitamente ma perché ha ricevuto una storia che forniva quelle indicazioni. Al tempo stesso, vede un intreccio tra bias cognitivi e la visione secondo cui le donne nel tech sono ancora pioniere: “Una donna che usa l’AI rischia di essere letta come meno competente, come se lo strumento servisse a compensare una mancanza. Un uomo che usa lo stesso strumento può essere percepito come più strategico, più efficiente, più capace di valorizzare le risorse disponibili. Questa è una credenza sottilissima e molto pericolosa: lo stesso comportamento viene interpretato in modo diverso a seconda del corpo che lo compie”.

Una discriminazione meno visibile ma presente

L’AI potrebbe rendere alcune discriminazioni, tra cui non solo quelle di genere ma anche razziali, generazionali, linguistici, legati a disabilità e origine sociale, meno visibili: Non vengono più pronunciate da una persona, vengono incorporate in un punteggio, in una raccomandazione, in una soglia, in una priorità. Questo rende la discriminazione più elegante, quasi amministrativa. Ed è proprio per questo che può diventare più insidiosa”, con duplice rischio per le donne.

Le possibili soluzioni

Cosa fare, quindi? Per Alessia Canfarini si deve operare in più direzioni: interrogarsi sui dati forniti all’intelligenza artificiale, con domande specifiche, alfabetizzare e formare le persone sul funzionamento dei meccanismi dell’AI (come sosteniamo noi di Ated per non esserne dominati), puntare su governance, audit, team plurali, trasparenza nei criteri, procedure di contestazione, metriche di impatto, formazione continua, cultura che mostri anche alle ragazze che una carriera nel tech è possibile (in merito, organizziamo quattro corsi APF). Infine, incoraggia alleanze tra istituzioni, imprese, università, ricerca e società civile in merito allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Prossimi eventi Ated

16 luglio AIPerIthink