Governare il dato per governare l’AI: dalla sovranità dell’informazione al valore per l’impresa

Aug 24, 2026 | Festival-AI 2026

Gli anziani a tavola con l’intelligenza artificiale

Anziani che non desiderano rimanere esclusi dalle ultime innovazioni, provando ad approcciarsi, portando anche eventuali difficoltà e dubbi, all’intelligenza artificiale, con curiosità e la voglia di comprendere se e come potrà avere un ruolo nella loro vita: un recente evento tenutosi a Tenero per la terza età mostra come con l’AI possano entrare in contatto tutti. Che cosa muove, però, delle persone ormai in là con gli anni a prendere parte a una mattinata dedicata all’innovazione, soprattutto se sono fuori dal mondo lavorativo? E come si può leggere questo caso?

Generazioni che hanno già attraversato la rivoluzione digitale

Solitamente si pensa agli anziani come a persone poco avvezze alla tecnologia, soprattutto se essa è arrivata quando ormai avevano già integrato i loro metodi per lavorare e svolgere le loro attività e le novità rischiavano di scombinarli. Sono generazioni che probabilmente hanno vissuto la paura di essere sostituite da macchine e pc per rendersi conto spesso che innovazione e fattore umano, per un vero successo, vanno di pari passo. Spesso chi appartiene a fasce d’età meno giovani impiega più tempo a utilizzare correntemente le nuove tecnologie, che siano di uso lavorativo oppure personale. Meno abituati dei giovani a novità e sviluppi continui, che ora con l’AI hanno conosciuto una rapidità mai vista prima che richiede una formazione costante, si sono trovati più sovente a temere di non essere in grado di apprendere. Ritengono di essere meno avvezzi all’uso delle tecnologie rispetto ai giovani, che sono ritenuti altamente alfabetizzati tecnologicamente perché nativi digitali: in realtà l’essere nati in un’epoca fortemente tecnologica ed essere stati esposti in maniera attiva e passiva alle innovazioni non porta necessariamente a una reale conoscenza ed è un fattore spesso sottovalutato. Semmai i più giovani si approcciano agli studi in un periodo storico in cui le continue innovazioni portano a un’abitudine a dover imparare a utilizzare programmi, strumenti e funzionalità sempre nuovi, con una frequenza maggiore rispetto a quanto avveniva durante il percorso formativo delle generazioni precedenti. Ma in realtà molti anziani di oggi sono passati attraverso l’informatizzazione e i primi processi della digitalizzazione, probabilmente adattandosi più di quanto ritengano di aver fatto, ma continuando a non vedersi capaci.

Cosa può fare l’AI per gli anziani

Quando si parla di anziani fuori dal mondo del lavoro, l’uso della tecnologia arriva spesso per rimanere in contatto con i propri familiari e anche durante l’evento sull’intelligenza artificiale è stato rimarcato come l’interesse sia maggiore tra coloro che vengono stimolati sul tema da figli o nipoti in giovane età. L’AI può essere utile agli anziani? Per utilizzarla è indispensabile un minimo di conoscenza tecnologica, però il paradosso dei chatbot conversazionali generativi è che potrebbero essere di utilizzo più immediato. Quando si parla di intelligenza artificiale non si possono ignorare la complessità degli algoritmi che la muovono, i lunghi e operosi processi di elaborazione dei dati e apprendimento di pattern, oltre alle implicazioni geopolitiche di vasta portata legate alla proprietà dei dati e dei server e alle materie prime. Nonostante tutto ciò, tecnologie quali ChatGPT o Claude, ad esempio, potrebbero essere d’aiuto alla terza età rispondendo direttamente a domande e dubbi, facendo da tutorial per l’uso di altre tecnologie, anche mediante i comandi vocali, riducendo la difficoltà di approccio con smartphone o tastiere.

Il messaggio degli anziani sulla formazione

Al di là dei possibili utilizzi, che chiedono sempre prudenza, poiché una minore familiarità con alcuni strumenti digitali può aumentare la vulnerabilità di fronte a determinate cybertruffe, l’evento e l’interesse di queste persone mostrano una realtà che dovrebbe essere chiara a tutti: nessuno dovrebbe ormai considerare l’AI un fenomeno che non lo riguarda, anche se magari pensa di non avere le necessarie conoscenze o ne ha paura. Come Ated siamo fortemente convinti che sia fondamentale una formazione trasversale, poiché saranno sempre meno gli ambiti e le professioni che potranno considerarsi estranei alla trasformazione portata dall’intelligenza artificiale. L’unico modo per rimanere competitivi nel mercato, sia per le aziende sia per i singoli lavoratori, è quello di aggiornarsi e di recepirla nei propri processi e soprattutto nel proprio modo di pensare. Anche chi è legato a una mentalità che guarda con sospetto l’evoluzione non può combattere una battaglia contro l’AI, ma è chiamato ad approcciarsi con curiosità per comprendere come possa farne il motore della sua crescita.

Che formazione serve per restare nel mercato del lavoro

I dati sulla digitalizzazione in Svizzera sottolineano come le giovani generazioni abbiano di solito una maggiore competenza nell’uso delle tecnologie, anche se in generale la stessa non è da ritenersi soddisfacente. L’intelligenza artificiale deve però riguardare tutti: modificherà il mercato del lavoro e le competenze richieste e chi non vorrà provvedere alla propria formazione costante, comprendendo di aver bisogno di aggiornarsi su tecnologie in continuo sviluppo, rischia di autoescludersi da alcune opportunità professionali. Serve acquisire le competenze tecniche e al contempo uno sguardo critico sui possibili rischi e sui bias cognitivi legati all’intelligenza artificiale.

Gli APF: opportunità anche per i meno giovani

Per questo come Ated ci rivolgiamo a varie fasce della popolazione e puntiamo a introdurre all’AI già i più giovani, come avvenuto durante l’estate col corso intensivo. Per lo stesso motivo incoraggiamo le aziende a pensare alla formazione di tutti i loro collaboratori, poiché sempre meno professionisti potranno prescindere dalla conoscenza degli strumenti di intelligenza artificiale, che dovranno essere resi sempre più personalizzati e adattati a ogni realtà. I nostri APF sono corsi a cui può accedere anche chi non ha titoli di studio universitari ma ha concluso un apprendistato: sono l’occasione per chi crede di non conoscere l’AI ma desidera colmare la lacuna, acquisendo nozioni importanti e competenze sempre più richieste dal mondo del lavoro, in ambito di progettazione, gestione e creazione di infrastrutture AI specifiche (Digital Collaboration Specialist e Business AI Specialist, da frequentare anche in combo), in sicurezza (Cyber Security Specialist) e nella creazione di contenuti (Multimedia Content Creator). Vengono frequentati durante lo svolgimento della carriera e rappresentano un’interessante opportunità di aggiornamento per permettere anche a chi ha una certa età di acquisire competenze che lo manterranno competitivo sul mercato se dovesse desiderare o necessitare di un cambio professionale.

Per noi di Ated la formazione riguardo alla tecnologia in generale e all’AI deve essere trasversale, rivolta a tutti. Gli anziani che hanno provato ad approcciarsi con l’intelligenza artificiale, mettendosi in gioco in un mondo che potevano percepire come distante dal proprio, hanno dato prova dell’apertura e della curiosità che potrebbero fare la differenza per tutti. Chiedersi come poter utilizzare le innovazioni piuttosto che vederle come distanti dal proprio modo di essere e di vedere il mondo sarà sempre più una chiave vincente, per un’innovazione a favore dell’uomo e non contro.

Prossimi eventi Ated

23 ottobre: Un giorno nel cuore della tecnologia: Zurigo e Google

27 ottobre: ATED Tech Espresso Mendrisio

19 novembre: Festival AI Ticino e Regione Insubrica

L’Intelligenza Artificiale sta trasformando il modo in cui le organizzazioni lavorano, accedono alla conoscenza e prendono decisioni. Ma prima ancora di chiedersi quale AI adottare, le aziende devono affrontare una questione più profonda: quanto sono realmente in grado di conoscere, organizzare e governare le informazioni su cui questi sistemi dovranno lavorare?


L’AI crea valore quando è governata
L’Intelligenza Artificiale è ormai entrata in una nuova fase. Per imprese e organizzazioni la domanda non è più soltanto se adottarla, ma soprattutto come integrarla nei propri processi in modo efficace, controllato e sostenibile. Le capacità offerte dai modelli più recenti hanno reso accessibili strumenti in grado di analizzare documenti, sintetizzare informazioni, supportare attività operative e facilitare l’accesso alla conoscenza. Questa evoluzione, tuttavia, porta con sé una conseguenza importante: più aumenta la capacità dell’AI di lavorare con le informazioni aziendali, più diventa necessario stabilire come quelle informazioni possano essere utilizzate.
In questo scenario emerge un principio fondamentale: l’AI non è soltanto una tecnologia da adottare, ma un asset strategico da governare. Governarla significa certamente scegliere strumenti e modelli adeguati, definire responsabilità e stabilire modalità di utilizzo coerenti con i processi aziendali. Significa però, prima di tutto, guardare a ciò che rende possibile qualsiasi applicazione realmente utile dell’Intelligenza Artificiale: il dato.
Un sistema può essere tecnologicamente sofisticato, ma la qualità delle analisi che produce e delle decisioni che può supportare continuerà a dipendere dalle informazioni messe a sua disposizione, dal contesto nel quale queste vengono interpretate e dalle regole attraverso cui possono essere utilizzate. Per questo la trasformazione non inizia dal modello di AI scelto, ma dal modo in cui un’organizzazione conosce e gestisce il proprio patrimonio informativo.


Il patrimonio informativo dell’organizzazione
Ogni giorno le aziende producono una quantità enorme di informazioni: documenti, contratti, procedure, report, e-mail, verbali di riunione, presentazioni, dati provenienti dai sistemi gestionali, analisi e comunicazioni interne. A queste si aggiunge una componente meno strutturata ma altrettanto importante: la conoscenza che le persone sviluppano nel tempo lavorando su clienti, progetti, processi e problematiche specifiche. Una parte significativa del valore di un’organizzazione è quindi già contenuta nelle informazioni che essa produce quotidianamente.
Il problema è che questo patrimonio è spesso distribuito tra sistemi, strumenti e persone differenti. Una decisione importante può essere contenuta nel verbale di una riunione, una procedura all’interno di un documento archiviato anni prima, mentre le informazioni relative allo stesso progetto possono trovarsi contemporaneamente in e-mail, documenti condivisi, applicativi gestionali e conversazioni interne. Il dato viene prodotto e conservato, ma non necessariamente trasformato in conoscenza facilmente accessibile e utilizzabile.
È proprio in questa distanza tra disponibilità dell’informazione e possibilità di utilizzarla che l’AI può introdurre uno dei cambiamenti più significativi. Non perché possa sostituire la conoscenza dell’organizzazione, ma perché può contribuire a renderla più facilmente accessibile, collegabile e interpretabile. Un’impresa, infatti, non ha bisogno soltanto di un’intelligenza capace di rispondere a domande generali; ha bisogno di strumenti in grado di operare nel proprio contesto, comprendendo la conoscenza necessaria per supportare persone e processi.
Questo, tuttavia, non significa rendere indiscriminatamente disponibile all’AI tutto ciò che l’organizzazione possiede. Prima di utilizzare le informazioni bisogna sapere quali dati esistono, da dove provengono, quanto sono affidabili, chi può consultarli e all’interno di quali attività possono essere utilizzati. In altre parole, prima di valorizzare il dato attraverso l’AI bisogna essere in grado di governarlo.


Data Governance e sovranità del dato
Avere molti dati non significa necessariamente disporre di informazioni utili. Allo stesso modo, rendere un documento tecnicamente accessibile non significa che debba poter essere utilizzato da chiunque o per qualsiasi finalità. La Data Governance nasce proprio dall’esigenza di definire responsabilità, regole e criteri capaci di accompagnare l’informazione lungo il suo ciclo di vita.
Governare il dato significa essere in grado di rispondere con chiarezza a domande concrete: da dove proviene questa informazione? È ancora aggiornata? Chi può accedervi? Quale versione deve essere considerata quella corretta? Per quale attività può essere utilizzata? Esistono fonti più affidabili o recenti sullo stesso argomento? E, oggi, si aggiunge una domanda ulteriore: questa informazione può essere utilizzata da un sistema di Intelligenza Artificiale?
Sono aspetti particolarmente rilevanti perché l’AI non si limita necessariamente a mostrare un’informazione. Può analizzarla, sintetizzarla, metterla in relazione con altre fonti e utilizzarla per produrre nuovi contenuti. La gestione del patrimonio informativo non può quindi essere vista soltanto come una questione di archiviazione o sicurezza tecnica, ma deve comprendere il contesto all’interno del quale il dato viene elaborato e utilizzato.


A questo si collega direttamente il concetto di sovranità del dato. Per un’organizzazione mantenere la sovranità sulle proprie informazioni non significa semplicemente esserne proprietaria, ma conservare la capacità di decidere dove il dato risiede, chi può accedervi, attraverso quali strumenti può essere elaborato e per quali finalità può essere impiegato. Quando un collaboratore utilizza un sistema di AI per analizzare un documento aziendale o ricostruire informazioni relative a un progetto, una parte del patrimonio informativo dell’impresa entra infatti in un nuovo processo di elaborazione.
L’innovazione non può quindi avvenire rinunciando al controllo delle proprie informazioni. Sicurezza, trasparenza, conformità e gestione degli accessi non dovrebbero essere problemi da affrontare dopo l’introduzione dell’AI, ma elementi da considerare sin dalla progettazione. È su questa base che può nascere la fiducia necessaria per portare questi strumenti all’interno di attività realmente rilevanti per l’organizzazione.


La governance come abilitatore dell’innovazione
La governance viene talvolta associata a un insieme di vincoli destinati a rallentare l’innovazione. In realtà, nel contesto dell’Intelligenza Artificiale può produrre l’effetto opposto. Un’organizzazione che conosce il proprio patrimonio informativo, definisce chiaramente ruoli e responsabilità e stabilisce quali informazioni possono essere utilizzate nei diversi contesti ha maggiori possibilità di adottare l’AI in modo progressivo e consapevole.
La governance diventa quindi un abilitatore. Permette alle persone di utilizzare nuovi strumenti conoscendo i confini entro cui possono operare, consente all’azienda di ampliare i casi d’uso senza perdere controllo e rende possibile superare una visione dell’AI confinata all’utilizzo individuale di singoli strumenti. Il passaggio importante è proprio questo: trasformare un vantaggio personale in una capacità dell’organizzazione.
Utilizzare un chatbot per sintetizzare un testo o velocizzare la scrittura di una comunicazione può certamente generare un beneficio immediato. Ma il potenziale cresce significativamente quando l’AI viene inserita in un ambiente nel quale può supportare le persone nell’utilizzo della conoscenza aziendale, rispettando ruoli, responsabilità e livelli di accesso. In questo scenario il vantaggio non deriva soltanto dal fare più velocemente una singola attività, ma dalla possibilità di ridurre la distanza tra le informazioni disponibili e il momento in cui diventano realmente utili.
Una parte significativa della giornata lavorativa, infatti, non viene impiegata per creare nuove informazioni, ma per recuperare quelle già esistenti: ricostruire una decisione presa durante una precedente riunione, individuare la versione corretta di una procedura, confrontare documenti, comprendere lo stato di un progetto o reperire informazioni distribuite tra fonti differenti. L’AI può ridurre questa complessità, ma può farlo in maniera efficace soltanto quando il patrimonio informativo sul quale opera è organizzato e governato.


Si crea così un percorso che collega direttamente tecnologia e valore: dal dato nasce l’informazione, dall’informazione contestualizzata nasce la conoscenza e dalla conoscenza possono derivare decisioni migliori. L’AI può accelerare questo processo, ma non può sostituire le fondamenta su cui esso si basa. Se il dato è frammentato, poco affidabile o privo di regole chiare, il rischio è semplicemente quello di amplificare attraverso l’AI problemi già presenti nell’organizzazione.


Dall’AI generalista all’AI dell’organizzazione
Negli ultimi anni si sono affermati sistemi di Intelligenza Artificiale estremamente potenti e generalisti, capaci di supportare attività molto differenti. Nel contesto aziendale, però, il valore non dipende soltanto da ciò che un modello conosce in generale. Dipende sempre di più dalla capacità di operare all’interno del contesto specifico dell’organizzazione.


Ogni impresa possiede un proprio linguaggio, dei processi, delle procedure, delle responsabilità e una conoscenza costruita nel tempo. È questo patrimonio che permette di passare da un’AI utilizzata come strumento generalista a un’AI realmente integrata nel lavoro quotidiano. Il punto non è quindi mettere tutte le informazioni aziendali all’interno di un unico contenitore accessibile indistintamente, ma costruire un modello nel quale sia possibile stabilire quali conoscenze rendere disponibili, a chi e per quale attività.

Un collaboratore può avere necessità informative differenti rispetto a un responsabile; un team può lavorare su documenti che non riguardano altri reparti; alcune informazioni possono essere utilizzate in determinati processi ma non in altri. La conoscenza aziendale è composta da contenuti che hanno livelli di sensibilità, destinatari e finalità differenti. Per questo un’AI realmente utile all’impresa non deve sapere tutto: deve poter utilizzare le informazioni corrette, nel momento corretto e nel rispetto dei confini definiti dall’organizzazione.

È in questa prospettiva che il concetto di governance smette di essere un elemento esterno alla strategia AI e ne diventa una parte strutturale. Il problema non è soltanto quanto sia potente il modello utilizzato, ma in che modo le sue capacità vengono messe in relazione con il patrimonio informativo dell’impresa.


AI42: costruire valore attorno alla conoscenza aziendaleÈ in questo scenario che si inserisce AI42, la tecnologia proposta da móveo per integrare le capacità dell’Intelligenza Artificiale all’interno dei processi e del patrimonio informativo aziendale. L’obiettivo non è semplicemente offrire un ulteriore punto di accesso all’AI, ma creare un ambiente nel quale queste capacità possano essere utilizzate in relazione alla conoscenza specifica dell’organizzazione, mantenendo centrale il controllo delle informazioni.
Questo significa considerare la conoscenza aziendale non come un unico insieme indistinto di dati, ma come un patrimonio che deve poter essere organizzato e utilizzato secondo ruoli, responsabilità e contesti operativi differenti. La possibilità di sfruttare le capacità dell’AI deve quindi convivere con un principio essenziale: l’informazione appartiene all’organizzazione e deve continuare a essere governata dall’organizzazione.


AI42 si inserisce così in un percorso più ampio, nel quale l’adozione dell’Intelligenza Artificiale non parte dalla ricerca della tecnologia più sorprendente o semplicemente del modello più recente, ma dalla comprensione dei problemi reali che persone e aziende devono affrontare. La tecnologia rimane fondamentale, ma rappresenta uno strumento per raggiungere un obiettivo: rendere la conoscenza disponibile e utilizzabile senza perdere il controllo sul patrimonio informativo che la alimenta.


Trasformare la conoscenza in valore
Per anni le organizzazioni hanno investito nella capacità di produrre, raccogliere e archiviare informazioni. La nuova sfida consiste nel trasformare questo patrimonio in conoscenza accessibile, affidabile e utilizzabile. L’Intelligenza Artificiale rende oggi possibile interagire con i dati aziendali in modi che fino a pochi anni fa erano difficili da immaginare, ma proprio perché aumenta enormemente la capacità di utilizzarli aumenta, allo stesso tempo, la necessità di governarli.


Data Governance e sovranità del dato non rappresentano quindi elementi periferici di una strategia AI, ma ne costituiscono le fondamenta. Il valore dell’Intelligenza Artificiale non si misurerà soltanto nella potenza dei modelli adottati o nel numero di attività che sarà possibile automatizzare, ma nella capacità delle organizzazioni di utilizzare meglio ciò che già possiedono: i propri dati, la propria conoscenza e l’esperienza delle proprie persone.


La domanda per le aziende non sarà quindi soltanto “quale AI adottare?”, ma sempre di più “quanto è preparata l’organizzazione a mettere la propria conoscenza nelle condizioni di essere utilizzata dall’AI, senza perderne il controllo?”.


È probabilmente da questa risposta che può iniziare una trasformazione realmente sostenibile.

Móveo