Gesù virtuale a Lucerna

Dec 14, 2025 | Festival AI 2025

Gli anziani a tavola con l’intelligenza artificiale

Anziani che non desiderano rimanere esclusi dalle ultime innovazioni, provando ad approcciarsi, portando anche eventuali difficoltà e dubbi, all’intelligenza artificiale, con curiosità e la voglia di comprendere se e come potrà avere un ruolo nella loro vita: un recente evento tenutosi a Tenero per la terza età mostra come con l’AI possano entrare in contatto tutti. Che cosa muove, però, delle persone ormai in là con gli anni a prendere parte a una mattinata dedicata all’innovazione, soprattutto se sono fuori dal mondo lavorativo? E come si può leggere questo caso?

Generazioni che hanno già attraversato la rivoluzione digitale

Solitamente si pensa agli anziani come a persone poco avvezze alla tecnologia, soprattutto se essa è arrivata quando ormai avevano già integrato i loro metodi per lavorare e svolgere le loro attività e le novità rischiavano di scombinarli. Sono generazioni che probabilmente hanno vissuto la paura di essere sostituite da macchine e pc per rendersi conto spesso che innovazione e fattore umano, per un vero successo, vanno di pari passo. Spesso chi appartiene a fasce d’età meno giovani impiega più tempo a utilizzare correntemente le nuove tecnologie, che siano di uso lavorativo oppure personale. Meno abituati dei giovani a novità e sviluppi continui, che ora con l’AI hanno conosciuto una rapidità mai vista prima che richiede una formazione costante, si sono trovati più sovente a temere di non essere in grado di apprendere. Ritengono di essere meno avvezzi all’uso delle tecnologie rispetto ai giovani, che sono ritenuti altamente alfabetizzati tecnologicamente perché nativi digitali: in realtà l’essere nati in un’epoca fortemente tecnologica ed essere stati esposti in maniera attiva e passiva alle innovazioni non porta necessariamente a una reale conoscenza ed è un fattore spesso sottovalutato. Semmai i più giovani si approcciano agli studi in un periodo storico in cui le continue innovazioni portano a un’abitudine a dover imparare a utilizzare programmi, strumenti e funzionalità sempre nuovi, con una frequenza maggiore rispetto a quanto avveniva durante il percorso formativo delle generazioni precedenti. Ma in realtà molti anziani di oggi sono passati attraverso l’informatizzazione e i primi processi della digitalizzazione, probabilmente adattandosi più di quanto ritengano di aver fatto, ma continuando a non vedersi capaci.

Cosa può fare l’AI per gli anziani

Quando si parla di anziani fuori dal mondo del lavoro, l’uso della tecnologia arriva spesso per rimanere in contatto con i propri familiari e anche durante l’evento sull’intelligenza artificiale è stato rimarcato come l’interesse sia maggiore tra coloro che vengono stimolati sul tema da figli o nipoti in giovane età. L’AI può essere utile agli anziani? Per utilizzarla è indispensabile un minimo di conoscenza tecnologica, però il paradosso dei chatbot conversazionali generativi è che potrebbero essere di utilizzo più immediato. Quando si parla di intelligenza artificiale non si possono ignorare la complessità degli algoritmi che la muovono, i lunghi e operosi processi di elaborazione dei dati e apprendimento di pattern, oltre alle implicazioni geopolitiche di vasta portata legate alla proprietà dei dati e dei server e alle materie prime. Nonostante tutto ciò, tecnologie quali ChatGPT o Claude, ad esempio, potrebbero essere d’aiuto alla terza età rispondendo direttamente a domande e dubbi, facendo da tutorial per l’uso di altre tecnologie, anche mediante i comandi vocali, riducendo la difficoltà di approccio con smartphone o tastiere.

Il messaggio degli anziani sulla formazione

Al di là dei possibili utilizzi, che chiedono sempre prudenza, poiché una minore familiarità con alcuni strumenti digitali può aumentare la vulnerabilità di fronte a determinate cybertruffe, l’evento e l’interesse di queste persone mostrano una realtà che dovrebbe essere chiara a tutti: nessuno dovrebbe ormai considerare l’AI un fenomeno che non lo riguarda, anche se magari pensa di non avere le necessarie conoscenze o ne ha paura. Come Ated siamo fortemente convinti che sia fondamentale una formazione trasversale, poiché saranno sempre meno gli ambiti e le professioni che potranno considerarsi estranei alla trasformazione portata dall’intelligenza artificiale. L’unico modo per rimanere competitivi nel mercato, sia per le aziende sia per i singoli lavoratori, è quello di aggiornarsi e di recepirla nei propri processi e soprattutto nel proprio modo di pensare. Anche chi è legato a una mentalità che guarda con sospetto l’evoluzione non può combattere una battaglia contro l’AI, ma è chiamato ad approcciarsi con curiosità per comprendere come possa farne il motore della sua crescita.

Che formazione serve per restare nel mercato del lavoro

I dati sulla digitalizzazione in Svizzera sottolineano come le giovani generazioni abbiano di solito una maggiore competenza nell’uso delle tecnologie, anche se in generale la stessa non è da ritenersi soddisfacente. L’intelligenza artificiale deve però riguardare tutti: modificherà il mercato del lavoro e le competenze richieste e chi non vorrà provvedere alla propria formazione costante, comprendendo di aver bisogno di aggiornarsi su tecnologie in continuo sviluppo, rischia di autoescludersi da alcune opportunità professionali. Serve acquisire le competenze tecniche e al contempo uno sguardo critico sui possibili rischi e sui bias cognitivi legati all’intelligenza artificiale.

Gli APF: opportunità anche per i meno giovani

Per questo come Ated ci rivolgiamo a varie fasce della popolazione e puntiamo a introdurre all’AI già i più giovani, come avvenuto durante l’estate col corso intensivo. Per lo stesso motivo incoraggiamo le aziende a pensare alla formazione di tutti i loro collaboratori, poiché sempre meno professionisti potranno prescindere dalla conoscenza degli strumenti di intelligenza artificiale, che dovranno essere resi sempre più personalizzati e adattati a ogni realtà. I nostri APF sono corsi a cui può accedere anche chi non ha titoli di studio universitari ma ha concluso un apprendistato: sono l’occasione per chi crede di non conoscere l’AI ma desidera colmare la lacuna, acquisendo nozioni importanti e competenze sempre più richieste dal mondo del lavoro, in ambito di progettazione, gestione e creazione di infrastrutture AI specifiche (Digital Collaboration Specialist e Business AI Specialist, da frequentare anche in combo), in sicurezza (Cyber Security Specialist) e nella creazione di contenuti (Multimedia Content Creator). Vengono frequentati durante lo svolgimento della carriera e rappresentano un’interessante opportunità di aggiornamento per permettere anche a chi ha una certa età di acquisire competenze che lo manterranno competitivo sul mercato se dovesse desiderare o necessitare di un cambio professionale.

Per noi di Ated la formazione riguardo alla tecnologia in generale e all’AI deve essere trasversale, rivolta a tutti. Gli anziani che hanno provato ad approcciarsi con l’intelligenza artificiale, mettendosi in gioco in un mondo che potevano percepire come distante dal proprio, hanno dato prova dell’apertura e della curiosità che potrebbero fare la differenza per tutti. Chiedersi come poter utilizzare le innovazioni piuttosto che vederle come distanti dal proprio modo di essere e di vedere il mondo sarà sempre più una chiave vincente, per un’innovazione a favore dell’uomo e non contro.

Prossimi eventi Ated

23 ottobre: Un giorno nel cuore della tecnologia: Zurigo e Google

27 ottobre: ATED Tech Espresso Mendrisio

19 novembre: Festival AI Ticino e Regione Insubrica

L’Intelligenza Artificiale rivoluziona la Fede?

La piccola e austera cappella di San Pietro, la più antica di Lucerna, è diventata protagonista di una rivoluzione tecnologica con l’installazione di un “Gesù virtuale” (un avatar) supportato da intelligenza artificiale, capace di dialogare in 100 lingue.Questa notizia ha fatto il giro delle testate mondiali nelle scorse settimane. A fare scalpore non è stato tanto l’utilizzo di un ChatBot basato sull’intelligenza artificiale, quanto il fatto che l’installazione prevedesse anche l’uso di un avatar (un’immagine virtuale) e che la scelta fosse ricaduta sulla figura di Gesù.

A coordinare il progetto è stato Marco Schmid, teologo della Peterskapelle, mentre la parte tecnologica è stata affidata a un laboratorio della locale università. Questo esperimento può essere definito pionieristico per diverse ragioni:

  • In primo luogo, la piattaforma AI era «allenata» su testi teologici, e le eventuali «allucinazioni» (così vengono chiamati gli errori di risposta) potevano creare imbarazzo o scandalo;
  • Analizzare quali dialoghi e interazioni possono aver luogo tra umani e Intelligenze Artificiali su temi religiosi;
  • La creazione di un avatar, quindi un’immagine virtuale, di Gesù rappresentava una scommessa in termini di apprezzamento, sia da parte del pubblico che degli esperti di religione.

Questa che poteva sembrare una provocazione è stata accolta con favore dagli utenti, anche se come riportato da The Guardian, ci sono state alcune differenze tra le reazioni delle diverse comunità religiose.

Nella comunità protestante, ad esempio, si è registrato imbarazzo per l’uso dell’immagine di Gesù, mentre tra i cattolici sono emerse perplessità sull’uso del confessionale collocato nella chiesa.

Le università di Lucerna che coordinano il progetto analizzeranno i risultati dei colloqui ed temi trattati, ma a me sembra che ci sia un altro aspetto rilevante che emerge dal progetto: il rapporto tra la diffusione della religione e la tecnologia.

La stampa, ad esempio, fu una rivoluzione tecnologica che ebbe un ruolo cruciale anche nella diffusione delle idee protestanti durante la Riforma iniziata nel 1517, trasformando il modo in cui le informazioni venivano trasmesse e sfidando l’autorità della Chiesa cattolica. Grazie a questa innovazione, fu possibile produrre e distribuire in massa gli scritti dei riformatori, in particolare quelli di Martin Lutero. Le sue idee, tra cui le celebri 95 Tesi affisse originariamente alla porta della chiesa di Wittenberg, furono rapidamente stampate e diffuse in tutta la Germania e in Europa, raggiungendo un pubblico vastissimo.

Un impatto significativo della stampa fu l’accesso senza precedenti ai testi religiosi. La possibilità di tradurre e distribuire la Bibbia in lingue locali permise per la prima volta alle persone comuni di leggerla e interpretarla autonomamente, sfidando il monopolio della Chiesa cattolica sull’esegesi biblica.

Un aspetto fondamentale della diffusione delle idee protestanti fu la sproporzione nel volume delle pubblicazioni. Tra il 1518 e il 1544, le opere di Lutero stampate in tedesco ammontarono ad almeno 2.551, mentre nello stesso periodo le stampe cattoliche furono poco più di 514. Questo netto divario diede ai protestanti un vantaggio significativo nel raggiungere e influenzare la popolazione alfabetizzata e conseguentemente ampie porzioni di popolazione.

Oggi ci troviamo di fronte a una nuova era, in cui le intelligenze artificiali stanno trasformando il nostro modo di vivere e di percepire la realtà. Il «Gesù virtuale» di Lucerna potrebbe rappresentare il primo segnale di una nuova competizione tecnologica tra le grandi religioni del mondo?

I cattolici, questa volta, non sembrano essere colti di sorpresa dalla tecnologia: basti pensare al concetto di «algoetica» proposto recentemente dal Papa, o al fatto che il teologo Paolo Benanti, dell’ordine dei francescani, presiede la Commissione italiana sull’intelligenza artificiale ed è uno dei 39 membri del New Artificial Intelligence Advisory Board presso l’ONU.

Oppure al lavoro di Gabriele Trovato, docente associato all’Innovative Global Program del Shibaura Institute of Technology di Tokyo in Giappone, che ha creato il primo robot che aiuta il fedele nella ricerca di un passo biblico o di una preghiera (qui il suo intervento e racconto del progetto).

Che cosa ci si può aspettare dal mondo musulmano, che vieta espressamente le raffigurazioni sacre dei profeti, ma si dimostra estremamente presente e attivo sui social media? Un interessante approfondimento sul tema dell’identità musulmana, con un capitolo dedicato alla presenza sui social, è offerto da Francesca Bocca-Aldaqre nel suo libro Manifesto dell’Islam italiano.

Un mondo, quello religioso, che sta esplorando le nuove frontiere offerte dalla IA; a noi non resta che guardare i risultati magari ricordando la laicissima, oltre che breve, Campagna dei Cento Fiori lanciata da Mao nel 1957 che aveva come slogan: «Che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero gareggino!». O, verrebbe da dire, che cento avatar gareggino!