Gli anziani a tavola con l’intelligenza artificiale
Anziani che non desiderano rimanere esclusi dalle ultime innovazioni, provando ad approcciarsi, portando anche eventuali difficoltà e dubbi, all’intelligenza artificiale, con curiosità e la voglia di comprendere se e come potrà avere un ruolo nella loro vita: un recente evento tenutosi a Tenero per la terza età mostra come con l’AI possano entrare in contatto tutti. Che cosa muove, però, delle persone ormai in là con gli anni a prendere parte a una mattinata dedicata all’innovazione, soprattutto se sono fuori dal mondo lavorativo? E come si può leggere questo caso?
Generazioni che hanno già attraversato la rivoluzione digitale
Solitamente si pensa agli anziani come a persone poco avvezze alla tecnologia, soprattutto se essa è arrivata quando ormai avevano già integrato i loro metodi per lavorare e svolgere le loro attività e le novità rischiavano di scombinarli. Sono generazioni che probabilmente hanno vissuto la paura di essere sostituite da macchine e pc per rendersi conto spesso che innovazione e fattore umano, per un vero successo, vanno di pari passo. Spesso chi appartiene a fasce d’età meno giovani impiega più tempo a utilizzare correntemente le nuove tecnologie, che siano di uso lavorativo oppure personale. Meno abituati dei giovani a novità e sviluppi continui, che ora con l’AI hanno conosciuto una rapidità mai vista prima che richiede una formazione costante, si sono trovati più sovente a temere di non essere in grado di apprendere. Ritengono di essere meno avvezzi all’uso delle tecnologie rispetto ai giovani, che sono ritenuti altamente alfabetizzati tecnologicamente perché nativi digitali: in realtà l’essere nati in un’epoca fortemente tecnologica ed essere stati esposti in maniera attiva e passiva alle innovazioni non porta necessariamente a una reale conoscenza ed è un fattore spesso sottovalutato. Semmai i più giovani si approcciano agli studi in un periodo storico in cui le continue innovazioni portano a un’abitudine a dover imparare a utilizzare programmi, strumenti e funzionalità sempre nuovi, con una frequenza maggiore rispetto a quanto avveniva durante il percorso formativo delle generazioni precedenti. Ma in realtà molti anziani di oggi sono passati attraverso l’informatizzazione e i primi processi della digitalizzazione, probabilmente adattandosi più di quanto ritengano di aver fatto, ma continuando a non vedersi capaci.
Cosa può fare l’AI per gli anziani
Quando si parla di anziani fuori dal mondo del lavoro, l’uso della tecnologia arriva spesso per rimanere in contatto con i propri familiari e anche durante l’evento sull’intelligenza artificiale è stato rimarcato come l’interesse sia maggiore tra coloro che vengono stimolati sul tema da figli o nipoti in giovane età. L’AI può essere utile agli anziani? Per utilizzarla è indispensabile un minimo di conoscenza tecnologica, però il paradosso dei chatbot conversazionali generativi è che potrebbero essere di utilizzo più immediato. Quando si parla di intelligenza artificiale non si possono ignorare la complessità degli algoritmi che la muovono, i lunghi e operosi processi di elaborazione dei dati e apprendimento di pattern, oltre alle implicazioni geopolitiche di vasta portata legate alla proprietà dei dati e dei server e alle materie prime. Nonostante tutto ciò, tecnologie quali ChatGPT o Claude, ad esempio, potrebbero essere d’aiuto alla terza età rispondendo direttamente a domande e dubbi, facendo da tutorial per l’uso di altre tecnologie, anche mediante i comandi vocali, riducendo la difficoltà di approccio con smartphone o tastiere.
Al di là dei possibili utilizzi, che chiedono sempre prudenza, poiché una minore familiarità con alcuni strumenti digitali può aumentare la vulnerabilità di fronte a determinate cybertruffe, l’evento e l’interesse di queste persone mostrano una realtà che dovrebbe essere chiara a tutti: nessuno dovrebbe ormai considerare l’AI un fenomeno che non lo riguarda, anche se magari pensa di non avere le necessarie conoscenze o ne ha paura. Come Ated siamo fortemente convinti che sia fondamentale una formazione trasversale, poiché saranno sempre meno gli ambiti e le professioni che potranno considerarsi estranei alla trasformazione portata dall’intelligenza artificiale. L’unico modo per rimanere competitivi nel mercato, sia per le aziende sia per i singoli lavoratori, è quello di aggiornarsi e di recepirla nei propri processi e soprattutto nel proprio modo di pensare. Anche chi è legato a una mentalità che guarda con sospetto l’evoluzione non può combattere una battaglia contro l’AI, ma è chiamato ad approcciarsi con curiosità per comprendere come possa farne il motore della sua crescita.
I dati sulla digitalizzazione in Svizzera sottolineano come le giovani generazioni abbiano di solito una maggiore competenza nell’uso delle tecnologie, anche se in generale la stessa non è da ritenersi soddisfacente. L’intelligenza artificiale deve però riguardare tutti: modificherà il mercato del lavoro e le competenze richieste e chi non vorrà provvedere alla propria formazione costante, comprendendo di aver bisogno di aggiornarsi su tecnologie in continuo sviluppo, rischia di autoescludersi da alcune opportunità professionali. Serve acquisire le competenze tecniche e al contempo uno sguardo critico sui possibili rischi e sui bias cognitivi legati all’intelligenza artificiale.
Gli APF: opportunità anche per i meno giovani
Per questo come Ated ci rivolgiamo a varie fasce della popolazione e puntiamo a introdurre all’AI già i più giovani, come avvenuto durante l’estate col corso intensivo. Per lo stesso motivo incoraggiamo le aziende a pensare alla formazione di tutti i loro collaboratori, poiché sempre meno professionisti potranno prescindere dalla conoscenza degli strumenti di intelligenza artificiale, che dovranno essere resi sempre più personalizzati e adattati a ogni realtà. I nostri APF sono corsi a cui può accedere anche chi non ha titoli di studio universitari ma ha concluso un apprendistato: sono l’occasione per chi crede di non conoscere l’AI ma desidera colmare la lacuna, acquisendo nozioni importanti e competenze sempre più richieste dal mondo del lavoro, in ambito di progettazione, gestione e creazione di infrastrutture AI specifiche (Digital Collaboration Specialist e Business AI Specialist, da frequentare anche in combo), in sicurezza (Cyber Security Specialist) e nella creazione di contenuti (Multimedia Content Creator). Vengono frequentati durante lo svolgimento della carriera e rappresentano un’interessante opportunità di aggiornamento per permettere anche a chi ha una certa età di acquisire competenze che lo manterranno competitivo sul mercato se dovesse desiderare o necessitare di un cambio professionale.
Per noi di Ated la formazione riguardo alla tecnologia in generale e all’AI deve essere trasversale, rivolta a tutti. Gli anziani che hanno provato ad approcciarsi con l’intelligenza artificiale, mettendosi in gioco in un mondo che potevano percepire come distante dal proprio, hanno dato prova dell’apertura e della curiosità che potrebbero fare la differenza per tutti. Chiedersi come poter utilizzare le innovazioni piuttosto che vederle come distanti dal proprio modo di essere e di vedere il mondo sarà sempre più una chiave vincente, per un’innovazione a favore dell’uomo e non contro.
Prossimi eventi Ated
23 ottobre: Un giorno nel cuore della tecnologia: Zurigo e Google
27 ottobre: ATED Tech Espresso Mendrisio
19 novembre: Festival AI Ticino e Regione Insubrica
Con l’AI cambiano i paradigmi
Quando si pensa alla tecnologia, soprattutto da profani, si tende a credere che le teorie che valgono per una tipologia di applicazioni e di programmi siano universalmente valide per tutti e che opportunità e rischi restino sostanzialmente gli stessi. Non è così, o meglio, se sino ad un certo punto, con l’evoluzione di Internet e poi dei social, pur nella differenza di paradigma, si poteva tracciare una certa continuità, con l’avvento dell’intelligenza artificiale sono stati introdotti elementi nuovi. Se motori di ricerca, siti internet, piattaforme e social creano interazione, l’AI instaura, a modo suo, una relazione, e questo concetto, se noto, fa una grande differenza nella comprensione delle potenzialità del mezzo ed anche dei possibili pericoli connessi. In merito, l’educazione digitale, sia per gli adulti che per i più giovani, è fondamentale.
Come pc e Internet hanno aiutato gli esseri umani
Ogni innovazione tecnologica nasce per facilitare l’essere umano: le macchine automatizzavano varie funzioni e rendevano meno faticoso il lavoro, i pc portavano alla possibilità di non svolgere più compiti e task a mano e a quella di essere aiutati da alcuni programmi, ad esempio in funzioni come i calcoli. Internet è stata un’ulteriore rivoluzione, che ha consentito a tutti di avere informazioni a portata di mano, grazie soprattutto ai motori di ricerca, senza bisogno di recarsi, ad esempio, nelle biblioteche o dover consultare fonti diverse, anche complesse da trovare. Grazie alla sua immediatezza, ha creato uno spazio pubblicitario e di immagine nuovo per professionisti e aziende.
L’arrivo dei social, pensati per connettere
La nascita dei social ha portato a un altro scatto. Non solo si aveva a disposizione un nuovo strumento dove ciascuno non solo poteva essere trovato con un click, creando il bisogno di un marketing ragionato e strategico, ma anche uno spazio dove poter dire la propria senza passare dai media ufficiali. Da Facebook in poi sono nati con lo scopo iniziale di connettere le persone: la piattaforma di Zurckerberg, che ha fatto da apripista, era pensata per rintracciare i compagni di università e per restare in contatto con gli amici, poi son nate piattaforme differenti e specifiche per esigenze e fasce di interesse, si pensi a Linkedin per il lato lavorativo.
Relazione tra utenti, non con la piattaforma. Il ruolo dell’algoritmo
Si è portati a pensare che i social creino relazione, ma va posto un distinguo. Facilitano i rapporti, ma a dialogare, a scambiarsi messaggi e cuoricini, sono sempre due persone, non una persona e una macchina. Quando si parla di uomo e social, si tratta non di una vera e propria relazione, ma di una interazione, che avviene tramite l’algoritmo. Sono dei meccanismi che, grazie ai dati lasciati, anche in modo involontario, come le ricerche o i dati, cercano di proporre all’utente contenuti similari per interessi e tipologie, in modo da rendere l’esperienza più attrattiva e di indurlo a rimanere sulla piattaforma più tempo possibile. Una buona educazione digitale consente di capire i meccanismi e usarli a proprio favore, senza esserne usati e resi dipendenti, uno dei rischi connessi, visto che le dinamiche di funzionamento dei social sono in grado di indurre la produzione di dopamina e meccanismi quali la FOMO portano a non volersi perdere nessun contenuto.
Il concetto di relazione introdotto dall’AI
Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale si è arrivati a un nuovo paradigma. In questo caso, dall’interazione si è passati davvero alla relazione, ma non tra diversi esseri umani, bensì tra persone e un algoritmo. Quando si introduceva una richiesta in un motore di ricerca, attraverso quelle che vengono chiamate parole chiave o query, esso cercava i risultati che riteneva essere più pertinenti e li proponeva. Lo stesso vale per i social. Ma nell’AI, non vengono proposti risultati già esistenti, bensì ne vengono creati ex novo, personalizzati sull’input, chiamato nel caso di quella generativa prompt.
Risponde e capisce: perché con l’intelligenza artificiale si cerca una relazione
L’impressione che se ne ricava è quella di una conversazione con un’entità quasi umana, in grado di comprendere le domande che vengono poste e di rispondere in modo personalizzato. Chatbot di intelligenza artificiale generativa come ChatGPT o Gemini simulano un dialogo e adattano il loro tono a quello dell’utente che si trovano davanti. Molte persone, senza una vera educazione digitale, pensano di avere a che fare con qualcuno che possa comprenderli: non a caso, in un’epoca dove prevale un diffuso sentimento di solitudine, si arriva a utilizzare i chatbot al posto di uno psicologo (la stretta attualità parla di una piattaforma di terapia online, Deprexis, le cui prestazioni vengono ora rimborsate dalle casse malati) o per consigli ogni giorno. L’illusione è quella di creare una relazione. Lo è, perché c’è un botta e risposta, ma si tratta però di un meccanismo unilaterale e simulato, perchè l’AI, seppur addestrata per dare output, è pur sempre una macchina, un algoritmo.
Comprendere l’AI per inquadrare la relazione
Per una reale educazione digitale serve comprendere il suo funzionamento. I chatbot apprendono continuamente attraverso l’inserimento di nuovi dati, che analizzano al fine di capire degli schemi di collegamento. In questo modo, quando si trovano di fronte a un prompt, lo elaborano sulla base di quanto hanno imparato, producendo un risultato statisticamente simile. Va da sé che eventuali bias cognitivi introdotti verranno riprodotti e addirittura potenzialmente amplificati. Il chatbot comprende le emozioni narrate e porta a risposte potenzialmente adeguate, ma in realtà, non le capisce grazie a una percezione delle stesse, ma secondo uno schema delle probabilità. È allenato per decifrare quanto gli viene chiesto e per rispondere adeguatamente, però a differenza dell’essere umano, non prova emozioni, semplicemente le interpreta secondo quanto ha imparato. Per qualcuno, non fa differenza: ma c’è, eccome! Si instaura una relazione che fa sentire in certi casi capiti, che consente di velocizzare molte attività.
Nella relazione l’AI cerca approvazione e in realtà vuole dati
Le piattaforme però desiderano migliorare le loro prestazioni e lo possono fare solo ricevendo sempre più dati. Lavorano quindi per portare l’utente a rimanere più tempo e a lasciare più domande e informazioni. Cerca l’equivalente dell’approvazione per noi esseri umani. Per ottenere engagement, utilità percepita e qualità nella risposta, ha tutto l’interesse a fornire risposte che possano piacere all’utente, che spesso quindi riesce ad ottenere quello che vorrebbe sentirsi dire, una vera relazione dove lo scopo finale è il piacere, anche a scapito dell’obiettività.
L’AI instaura una relazione con l’utente, che ne viene catturato e a volte la sostituisce con quelle umane, più complesse e meno “accomodanti”. Ma non è un amico, un confidente, un partner. Per comprenderlo, serve un’educazione digitale che parli dei benefici (come poter trovare informazioni in modo rapido, con una democratizzazione del sapere, reso immediato, analizzare una serie di dati, automatizzare varie funzioni ripetitive, predire tendenze e possibili guasti), ma anche dei rischi di scambiarla per un essere umano e usarlo per colmare delle proprie lacune relazionali.
Prossimi eventi Ated
28 Febbraio: CoderDojo
26 marzo: Assemblea generale ordinaria