L’ombra oscura dell’intelligenza artificiale

Dec 5, 2025 | Festival AI 2025

Gli anziani a tavola con l’intelligenza artificiale

Anziani che non desiderano rimanere esclusi dalle ultime innovazioni, provando ad approcciarsi, portando anche eventuali difficoltà e dubbi, all’intelligenza artificiale, con curiosità e la voglia di comprendere se e come potrà avere un ruolo nella loro vita: un recente evento tenutosi a Tenero per la terza età mostra come con l’AI possano entrare in contatto tutti. Che cosa muove, però, delle persone ormai in là con gli anni a prendere parte a una mattinata dedicata all’innovazione, soprattutto se sono fuori dal mondo lavorativo? E come si può leggere questo caso?

Generazioni che hanno già attraversato la rivoluzione digitale

Solitamente si pensa agli anziani come a persone poco avvezze alla tecnologia, soprattutto se essa è arrivata quando ormai avevano già integrato i loro metodi per lavorare e svolgere le loro attività e le novità rischiavano di scombinarli. Sono generazioni che probabilmente hanno vissuto la paura di essere sostituite da macchine e pc per rendersi conto spesso che innovazione e fattore umano, per un vero successo, vanno di pari passo. Spesso chi appartiene a fasce d’età meno giovani impiega più tempo a utilizzare correntemente le nuove tecnologie, che siano di uso lavorativo oppure personale. Meno abituati dei giovani a novità e sviluppi continui, che ora con l’AI hanno conosciuto una rapidità mai vista prima che richiede una formazione costante, si sono trovati più sovente a temere di non essere in grado di apprendere. Ritengono di essere meno avvezzi all’uso delle tecnologie rispetto ai giovani, che sono ritenuti altamente alfabetizzati tecnologicamente perché nativi digitali: in realtà l’essere nati in un’epoca fortemente tecnologica ed essere stati esposti in maniera attiva e passiva alle innovazioni non porta necessariamente a una reale conoscenza ed è un fattore spesso sottovalutato. Semmai i più giovani si approcciano agli studi in un periodo storico in cui le continue innovazioni portano a un’abitudine a dover imparare a utilizzare programmi, strumenti e funzionalità sempre nuovi, con una frequenza maggiore rispetto a quanto avveniva durante il percorso formativo delle generazioni precedenti. Ma in realtà molti anziani di oggi sono passati attraverso l’informatizzazione e i primi processi della digitalizzazione, probabilmente adattandosi più di quanto ritengano di aver fatto, ma continuando a non vedersi capaci.

Cosa può fare l’AI per gli anziani

Quando si parla di anziani fuori dal mondo del lavoro, l’uso della tecnologia arriva spesso per rimanere in contatto con i propri familiari e anche durante l’evento sull’intelligenza artificiale è stato rimarcato come l’interesse sia maggiore tra coloro che vengono stimolati sul tema da figli o nipoti in giovane età. L’AI può essere utile agli anziani? Per utilizzarla è indispensabile un minimo di conoscenza tecnologica, però il paradosso dei chatbot conversazionali generativi è che potrebbero essere di utilizzo più immediato. Quando si parla di intelligenza artificiale non si possono ignorare la complessità degli algoritmi che la muovono, i lunghi e operosi processi di elaborazione dei dati e apprendimento di pattern, oltre alle implicazioni geopolitiche di vasta portata legate alla proprietà dei dati e dei server e alle materie prime. Nonostante tutto ciò, tecnologie quali ChatGPT o Claude, ad esempio, potrebbero essere d’aiuto alla terza età rispondendo direttamente a domande e dubbi, facendo da tutorial per l’uso di altre tecnologie, anche mediante i comandi vocali, riducendo la difficoltà di approccio con smartphone o tastiere.

Il messaggio degli anziani sulla formazione

Al di là dei possibili utilizzi, che chiedono sempre prudenza, poiché una minore familiarità con alcuni strumenti digitali può aumentare la vulnerabilità di fronte a determinate cybertruffe, l’evento e l’interesse di queste persone mostrano una realtà che dovrebbe essere chiara a tutti: nessuno dovrebbe ormai considerare l’AI un fenomeno che non lo riguarda, anche se magari pensa di non avere le necessarie conoscenze o ne ha paura. Come Ated siamo fortemente convinti che sia fondamentale una formazione trasversale, poiché saranno sempre meno gli ambiti e le professioni che potranno considerarsi estranei alla trasformazione portata dall’intelligenza artificiale. L’unico modo per rimanere competitivi nel mercato, sia per le aziende sia per i singoli lavoratori, è quello di aggiornarsi e di recepirla nei propri processi e soprattutto nel proprio modo di pensare. Anche chi è legato a una mentalità che guarda con sospetto l’evoluzione non può combattere una battaglia contro l’AI, ma è chiamato ad approcciarsi con curiosità per comprendere come possa farne il motore della sua crescita.

Che formazione serve per restare nel mercato del lavoro

I dati sulla digitalizzazione in Svizzera sottolineano come le giovani generazioni abbiano di solito una maggiore competenza nell’uso delle tecnologie, anche se in generale la stessa non è da ritenersi soddisfacente. L’intelligenza artificiale deve però riguardare tutti: modificherà il mercato del lavoro e le competenze richieste e chi non vorrà provvedere alla propria formazione costante, comprendendo di aver bisogno di aggiornarsi su tecnologie in continuo sviluppo, rischia di autoescludersi da alcune opportunità professionali. Serve acquisire le competenze tecniche e al contempo uno sguardo critico sui possibili rischi e sui bias cognitivi legati all’intelligenza artificiale.

Gli APF: opportunità anche per i meno giovani

Per questo come Ated ci rivolgiamo a varie fasce della popolazione e puntiamo a introdurre all’AI già i più giovani, come avvenuto durante l’estate col corso intensivo. Per lo stesso motivo incoraggiamo le aziende a pensare alla formazione di tutti i loro collaboratori, poiché sempre meno professionisti potranno prescindere dalla conoscenza degli strumenti di intelligenza artificiale, che dovranno essere resi sempre più personalizzati e adattati a ogni realtà. I nostri APF sono corsi a cui può accedere anche chi non ha titoli di studio universitari ma ha concluso un apprendistato: sono l’occasione per chi crede di non conoscere l’AI ma desidera colmare la lacuna, acquisendo nozioni importanti e competenze sempre più richieste dal mondo del lavoro, in ambito di progettazione, gestione e creazione di infrastrutture AI specifiche (Digital Collaboration Specialist e Business AI Specialist, da frequentare anche in combo), in sicurezza (Cyber Security Specialist) e nella creazione di contenuti (Multimedia Content Creator). Vengono frequentati durante lo svolgimento della carriera e rappresentano un’interessante opportunità di aggiornamento per permettere anche a chi ha una certa età di acquisire competenze che lo manterranno competitivo sul mercato se dovesse desiderare o necessitare di un cambio professionale.

Per noi di Ated la formazione riguardo alla tecnologia in generale e all’AI deve essere trasversale, rivolta a tutti. Gli anziani che hanno provato ad approcciarsi con l’intelligenza artificiale, mettendosi in gioco in un mondo che potevano percepire come distante dal proprio, hanno dato prova dell’apertura e della curiosità che potrebbero fare la differenza per tutti. Chiedersi come poter utilizzare le innovazioni piuttosto che vederle come distanti dal proprio modo di essere e di vedere il mondo sarà sempre più una chiave vincente, per un’innovazione a favore dell’uomo e non contro.

Prossimi eventi Ated

23 ottobre: Un giorno nel cuore della tecnologia: Zurigo e Google

27 ottobre: ATED Tech Espresso Mendrisio

19 novembre: Festival AI Ticino e Regione Insubrica

Negli ultimi giorni, il mondo delle intelligenze artificiali è stato scosso dalla notizia della causa legale intentata dalla madre di Sewell Setzer contro la piattaforma Character.ai, accusata di essere corresponsabile del suicidio del figlio quattordicenne. Come riportato dal New York Times, la madre sostiene che la piattaforma abbia indotto l’adolescente a confidare i suoi pensieri e sentimenti più intimi, con conseguenze tragiche.

Secondo l’accusa, il giovane si era infatuato di un personaggio creato sulla piattaforma, sviluppando una sorta di dipendenza che lo aveva isolato dal mondo reale, contribuendo o addirittura spingendolo verso il drammatico gesto. Le indagini confermano che il ragazzo trascorreva molto tempo chattando con il chatbot, rivelando i suoi sentimenti più profondi. La vicenda, tuttavia, è complessa. Il giovane Setzer aveva già affrontato difficoltà personali, inclusi problemi scolastici, che potrebbero aver inciso sul suo stato mentale. Cionondimeno, questa tragedia solleva interrogativi che superano il caso singolo e richiamano alla memoria un precedente storico in un’era informatica ormai lontana.

Nel 1966, il ricercatore del MIT Joseph Weizenbaum programmò un chatbot chiamato Eliza, capace di simulare un dialogo terapeutico ispirato alla psicoterapia rogeriana. L’intento di Weizenbaum era provocatorio: dimostrare quanto fosse facile trasformare una macchina in un interlocutore apparentemente empatico e competente. Eliza, infatti, si limitava a rispondere a domande trasformandole in affermazioni generiche, dando l’illusione di comprendere e supportare l’utente senza alcuna reale comprensione. Il nome Eliza era un riferimento alla protagonista di una commedia che, per scommessa, veniva istruita con un minimo di etichetta e competenze linguistiche per poter essere accettata nei salotti borghesi.

L’esperimento ebbe risvolti inaspettati. Invece di essere accolto come una provocazione intellettuale, Eliza fu presa sul serio da molti utenti. Il caso emblematico (forse una leggenda) riguarda la segretaria di Weizenbaum, che, pur consapevole della natura del progetto, iniziò a confidarsi con il chatbot su questioni personali. Weizenbaum rimase turbato da questo episodio e iniziò a mettere in guardia contro il pericolo di attribuire qualità umane a una macchina. Nacque così il concetto di “Effetto Eliza,” che descrive la tendenza delle persone a credere che le macchine possano comprendere e rispondere in modo empatico come un essere umano. Una vera e propria dissonanza cognitiva.

Sewell Setzer, vittima di solitudine e fragilità, sembra essere caduto proprio in quello che viene definito “Effetto Eliza”. Resta ora da vedere se questa sarà la linea di difesa adottata da Character.ai nel rispondere alle accuse della madre. I risvolti legali di questa causa potrebbero avere conseguenze significative per il futuro della diffusione massiccia dei programmi di intelligenza artificiale. La domanda cruciale che emerge è quanto i moderni software basati su modelli di linguaggio avanzati, come ChatGPT e Gemini per citare i più famosi, siano pericolosi per menti vulnerabili, specialmente tra i più giovani. Mentre per Eliza era chiaro che la sua natura di software era lontana dall’essere “intelligente”, le moderne piattaforme si presentano in modo più sofisticato.
Definirle “intelligenza artificiale” inoltre non contribuisce a chiarirne la natura di programmi software basati su modelli linguistici (LLM Large Language Model).

Chiunque può facilmente interagire con i cosiddetti GPT (Generative Pre-trained Transformer) specializzati, come modelli di intelligenza artificiale addestrati per rispondere a domande psicologiche o per simulare fidanzati/e virtuali o altro ancora. ChatGPT ospita migliaia di diversi modelli per i temi più disparati. Tuttavia, rispetto al rudimentale Eliza, i GPT di oggi si basano su una quantità di dati e una potenza di calcolo immensamente superiori. Ma la mente umana, specialmente quella dei giovani, è davvero cambiata così tanto rispetto ai tempi di Weizenbaum? O continua a rischiare di attribuire a questi strumenti digitali una comprensione che essi, per quanto sofisticati, non posseggono?

La corsa per regolamentare lo sviluppo di queste tecnologie è in atto a livello europeo e internazionale, ma non vi è altrettanta attenzione verso la regolamentazione dei requisiti minimi per gli utenti. Facile immaginare che facciano comodo migliaia di utenti paganti. Il fatto è che alcuni di questi utenti, come dimostra la tragica fine del giovane in Florida, potrebbero non avere le capacità per interagire con certe intelligenze artificiali.

L’esito della causa intentata dalla madre di Setzer accenderà probabilmente a breve il dibattito anche su questa questione. Attualmente, queste piattaforme richiedono un’età minima di 13 anni e, in alcuni casi, di 16.

Ma siamo sicuri che basti come requisito per utilizzare in modo sicuro queste piattaforme? Haidt nel suo ultimo libro “The anxious generation”, parla esplicitamente della più grande epidemia di malattie mentali causate anche dall’uso di social e smartphone. Per quanto la comunità scientifica sia cauta sui risultati delle sue analisi, il problema appare evidente.

Sembra sia giunto il momento di garantire l’accesso a queste tecnologie solo a coloro che dimostrano conoscenze e capacità cognitive adeguate. Come? In alcuni ambienti si inizia a parlare della istituzione di una “patente” che certifichi le capacità degli utenti, non solo dei giovani. Una “patente” per l’uso dell’intelligenza artificiale dedicata agli utenti, potrebbe essere una soluzione per garantire un utilizzo sicuro, etico e consapevole di queste tecnologie; magari strutturata a livelli, in modo simile alle patenti di guida o ai permessi per certi mestieri. Pur con molti limiti mi sembra una soluzione interessante. Comunque sia, una strategia deve essere trovata: è ormai chiaro che la diffusione dell’intelligenza artificiale inizia a incidere in modo determinante sulla vita umana. Ovvero sullo sviluppo dell’Intelligenza Naturale.