Quando l’intelligenza artificiale acquista un corpo: Abel e la dimensione emotiva della robotica sociale

Aug 25, 2026 | Festival-AI 2026

Gli anziani a tavola con l’intelligenza artificiale

Anziani che non desiderano rimanere esclusi dalle ultime innovazioni, provando ad approcciarsi, portando anche eventuali difficoltà e dubbi, all’intelligenza artificiale, con curiosità e la voglia di comprendere se e come potrà avere un ruolo nella loro vita: un recente evento tenutosi a Tenero per la terza età mostra come con l’AI possano entrare in contatto tutti. Che cosa muove, però, delle persone ormai in là con gli anni a prendere parte a una mattinata dedicata all’innovazione, soprattutto se sono fuori dal mondo lavorativo? E come si può leggere questo caso?

Generazioni che hanno già attraversato la rivoluzione digitale

Solitamente si pensa agli anziani come a persone poco avvezze alla tecnologia, soprattutto se essa è arrivata quando ormai avevano già integrato i loro metodi per lavorare e svolgere le loro attività e le novità rischiavano di scombinarli. Sono generazioni che probabilmente hanno vissuto la paura di essere sostituite da macchine e pc per rendersi conto spesso che innovazione e fattore umano, per un vero successo, vanno di pari passo. Spesso chi appartiene a fasce d’età meno giovani impiega più tempo a utilizzare correntemente le nuove tecnologie, che siano di uso lavorativo oppure personale. Meno abituati dei giovani a novità e sviluppi continui, che ora con l’AI hanno conosciuto una rapidità mai vista prima che richiede una formazione costante, si sono trovati più sovente a temere di non essere in grado di apprendere. Ritengono di essere meno avvezzi all’uso delle tecnologie rispetto ai giovani, che sono ritenuti altamente alfabetizzati tecnologicamente perché nativi digitali: in realtà l’essere nati in un’epoca fortemente tecnologica ed essere stati esposti in maniera attiva e passiva alle innovazioni non porta necessariamente a una reale conoscenza ed è un fattore spesso sottovalutato. Semmai i più giovani si approcciano agli studi in un periodo storico in cui le continue innovazioni portano a un’abitudine a dover imparare a utilizzare programmi, strumenti e funzionalità sempre nuovi, con una frequenza maggiore rispetto a quanto avveniva durante il percorso formativo delle generazioni precedenti. Ma in realtà molti anziani di oggi sono passati attraverso l’informatizzazione e i primi processi della digitalizzazione, probabilmente adattandosi più di quanto ritengano di aver fatto, ma continuando a non vedersi capaci.

Cosa può fare l’AI per gli anziani

Quando si parla di anziani fuori dal mondo del lavoro, l’uso della tecnologia arriva spesso per rimanere in contatto con i propri familiari e anche durante l’evento sull’intelligenza artificiale è stato rimarcato come l’interesse sia maggiore tra coloro che vengono stimolati sul tema da figli o nipoti in giovane età. L’AI può essere utile agli anziani? Per utilizzarla è indispensabile un minimo di conoscenza tecnologica, però il paradosso dei chatbot conversazionali generativi è che potrebbero essere di utilizzo più immediato. Quando si parla di intelligenza artificiale non si possono ignorare la complessità degli algoritmi che la muovono, i lunghi e operosi processi di elaborazione dei dati e apprendimento di pattern, oltre alle implicazioni geopolitiche di vasta portata legate alla proprietà dei dati e dei server e alle materie prime. Nonostante tutto ciò, tecnologie quali ChatGPT o Claude, ad esempio, potrebbero essere d’aiuto alla terza età rispondendo direttamente a domande e dubbi, facendo da tutorial per l’uso di altre tecnologie, anche mediante i comandi vocali, riducendo la difficoltà di approccio con smartphone o tastiere.

Il messaggio degli anziani sulla formazione

Al di là dei possibili utilizzi, che chiedono sempre prudenza, poiché una minore familiarità con alcuni strumenti digitali può aumentare la vulnerabilità di fronte a determinate cybertruffe, l’evento e l’interesse di queste persone mostrano una realtà che dovrebbe essere chiara a tutti: nessuno dovrebbe ormai considerare l’AI un fenomeno che non lo riguarda, anche se magari pensa di non avere le necessarie conoscenze o ne ha paura. Come Ated siamo fortemente convinti che sia fondamentale una formazione trasversale, poiché saranno sempre meno gli ambiti e le professioni che potranno considerarsi estranei alla trasformazione portata dall’intelligenza artificiale. L’unico modo per rimanere competitivi nel mercato, sia per le aziende sia per i singoli lavoratori, è quello di aggiornarsi e di recepirla nei propri processi e soprattutto nel proprio modo di pensare. Anche chi è legato a una mentalità che guarda con sospetto l’evoluzione non può combattere una battaglia contro l’AI, ma è chiamato ad approcciarsi con curiosità per comprendere come possa farne il motore della sua crescita.

Che formazione serve per restare nel mercato del lavoro

I dati sulla digitalizzazione in Svizzera sottolineano come le giovani generazioni abbiano di solito una maggiore competenza nell’uso delle tecnologie, anche se in generale la stessa non è da ritenersi soddisfacente. L’intelligenza artificiale deve però riguardare tutti: modificherà il mercato del lavoro e le competenze richieste e chi non vorrà provvedere alla propria formazione costante, comprendendo di aver bisogno di aggiornarsi su tecnologie in continuo sviluppo, rischia di autoescludersi da alcune opportunità professionali. Serve acquisire le competenze tecniche e al contempo uno sguardo critico sui possibili rischi e sui bias cognitivi legati all’intelligenza artificiale.

Gli APF: opportunità anche per i meno giovani

Per questo come Ated ci rivolgiamo a varie fasce della popolazione e puntiamo a introdurre all’AI già i più giovani, come avvenuto durante l’estate col corso intensivo. Per lo stesso motivo incoraggiamo le aziende a pensare alla formazione di tutti i loro collaboratori, poiché sempre meno professionisti potranno prescindere dalla conoscenza degli strumenti di intelligenza artificiale, che dovranno essere resi sempre più personalizzati e adattati a ogni realtà. I nostri APF sono corsi a cui può accedere anche chi non ha titoli di studio universitari ma ha concluso un apprendistato: sono l’occasione per chi crede di non conoscere l’AI ma desidera colmare la lacuna, acquisendo nozioni importanti e competenze sempre più richieste dal mondo del lavoro, in ambito di progettazione, gestione e creazione di infrastrutture AI specifiche (Digital Collaboration Specialist e Business AI Specialist, da frequentare anche in combo), in sicurezza (Cyber Security Specialist) e nella creazione di contenuti (Multimedia Content Creator). Vengono frequentati durante lo svolgimento della carriera e rappresentano un’interessante opportunità di aggiornamento per permettere anche a chi ha una certa età di acquisire competenze che lo manterranno competitivo sul mercato se dovesse desiderare o necessitare di un cambio professionale.

Per noi di Ated la formazione riguardo alla tecnologia in generale e all’AI deve essere trasversale, rivolta a tutti. Gli anziani che hanno provato ad approcciarsi con l’intelligenza artificiale, mettendosi in gioco in un mondo che potevano percepire come distante dal proprio, hanno dato prova dell’apertura e della curiosità che potrebbero fare la differenza per tutti. Chiedersi come poter utilizzare le innovazioni piuttosto che vederle come distanti dal proprio modo di essere e di vedere il mondo sarà sempre più una chiave vincente, per un’innovazione a favore dell’uomo e non contro.

Prossimi eventi Ated

23 ottobre: Un giorno nel cuore della tecnologia: Zurigo e Google

27 ottobre: ATED Tech Espresso Mendrisio

19 novembre: Festival AI Ticino e Regione Insubrica

Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale generativa ha trasformato profondamente il nostro rapporto con la tecnologia. Le macchine non si limitano più a eseguire comandi, ma possono sostenere una conversazione, mantenere il contesto e adattare le proprie risposte all’interlocutore. La fluidità del dialogo, tuttavia, non coincide automaticamente con la comprensione del suo stato emotivo: i modelli linguistici generano risposte sulla base di regolarità apprese durante l’addestramento e possono riconoscere alcuni indizi, ma non hanno un accesso diretto a ciò che una persona sta provando.

La prospettiva cambia quando l’intelligenza artificiale acquisisce un corpo. In un robot umanoide, la voce, lo sguardo, le espressioni del volto e i movimenti diventano parte integrante della comunicazione, trasformando il semplice scambio di informazioni in un’interazione più propriamente relazionale. È in questo ambito che si inserisce Abel, una piattaforma di ricerca progettata per interpretare segnali emotivi provenienti dalle parole, dalla voce, dal volto e dal comportamento, integrarli con stati emotivi artificiali e modulare di conseguenza le proprie risposte verbali e corporee. La domanda, quindi, non è soltanto se un robot possa “provare” emozioni, ma come sia possibile progettare una dimensione emotiva artificiale coerente, comprensibile e capace di rendere l’interazione con le macchine più naturale, trasparente ed empatica

Chi è Abel, il robot adolescente

Abel è un robot umanoide, dalle sembianze di un adolescente, che è in grado di avere empatia, inserendo le emozioni nell’interazione. Pare essere in grado di capire che cosa prova chi lo utilizza e di dare risposte a voce e tramite i movimenti del corpo, che facciano risuonare una sensazione emotiva. Sono in corso studi e esperimenti per utilizzarlo in contesti legati alla salute mentale, alle neurodivergenze e a malattie neurodegenerative. I robot potranno quindi sostituire in toto l’essere umano, rendendolo inutile?

Lorenzo Cominelli, bioingegnere, CEO e co-fondatore di Cartesia Srl, spin-off dell’Università di Pisa, in collaborazione con il Centro E. Piaggio, che sarà relatore al Festival AI Ticino e Regio Insubrica, nulla di tutto ciò. In risonanza con la filosofia di noi di Ated, il ruolo di robot come Abel è di “supportare l’essere umano. La centralità della persona e del professionista è uno dei principi sui quali si basa il nostro lavoro. Un robot come Abel può offrire continuità, memoria, capacità di personalizzare l’interazione e disponibilità nello svolgimento di attività strutturate. Il professionista porta invece qualcosa di molto più ampio: conosce la storia della persona, interpreta il contesto, comprende le sfumature e, soprattutto, si assume la responsabilità delle proprie decisioni. Il lavoro congiunto che immaginiamo nasce proprio dalla complementarità di queste capacità”. Insomma, non al posto, ma insieme: il robot con capacità di “osservare, accompagnare e rendere alcune attività più coinvolgenti”, il professionista “definisce gli obiettivi, valuta ciò che accade e decide come intervenire. Non vedo quindi Abel come un sostituto, ma come uno strumento che, se utilizzato correttamente, può consentire al professionista di dedicare ancora più attenzione alla qualità della relazione umana”.

Conoscere l’intelligenza artificiale, come il professionista deve prepararsi a usare il robot

Dunque, in linea con le idee Ated, l’evoluzione tecnologica, in questo caso dei robot, non può essere fermata e la chiave è adattarla alle proprie esigenze, tenendo al centro il fattore umano, tra cui conoscenza e formazione. Secondo Lorenzo Cominelli, infatti, “è importante che il professionista conosca sia le potenzialità sia i limiti del robot. Non è necessario che diventi un esperto di robotica, ma deve sapere come vengono raccolte le informazioni, su quali basi Abel produce una risposta e in quali circostanze potrebbe sbagliare. È altrettanto importante coinvolgere i professionisti fin dall’inizio nella progettazione, facendo in modo che siano i bisogni reali delle persone a guidare lo sviluppo della tecnologia”.

Un robot per farsi domande

A suo avviso, il robot umanoide in grado di recepire le emozioni è una grande occasione per l’essere umano anche per interrogarsi sui propri valori (una teoria portata avanti anche da altri professionisti dei nostri corsi e speaker al Festival): “La costruzione di queste macchine ci costringe a tornare a domande fondamentali che forse non ci ponevamo più da tempo: che cosa consideriamo davvero umano? Quali comportamenti vogliamo incoraggiare? Quale idea di relazione e di società vogliamo trasmettere alle intelligenze che stiamo creando? Prima ancora di educare i robot, saremo in un certo senso costretti a interrogarci e a comprendere meglio noi stessi”.

In che cosa il robot deve ancora evolvere. “Al 100% umano? Non deve essere l’obiettivo”

Gli inventori di Abel hanno intenzione di continuare lo sviluppo, producendo non solo un robot dalle sembianze di un adolescente, ritenuto ideale per creare un rapporto coi pari e con persone con patologie come l’Alzheimer, ma una potenziale “famiglia”. È già simile in tutto e per tutto all’essere umano o che cosa manca? Lorenzo Cominelli non è certo che si arriverà ad un robot al 100% simile all’uomo, anzi ritiene che le la differenza deve rimanere “comprensibile”, in un’interazione che deve restare attiva e caratterizzata dalle decisioni umane. Il lavoro ancora da fare, a fronte di interazioni conversazionali sempre più convincenti, è “sulla comprensione profonda del contesto, sul buon senso, sulla continuità della memoria e sulla percezione dell’ambiente” e sul lato fisico, con “la fluidità dei movimenti, il coordinamento tra parola, sguardo ed espressioni e la capacità di agire in ambienti non completamente controllati”. È quindi importante sviluppare una piena coerenza tra gli stati emotivi interni del robot e il modo in cui vengono espressi attraverso il corpo: questo non rende soltanto il suo comportamento più naturale e vicino a quello umano, ma ne rende anche leggibili intenzioni ed emozioni artificiali, contribuendo a costruire fiducia nell’interazione

Quesiti etici dei robot che funzionano con intelligenza artificiale

Al contempo, lavorando con un robot umanoide, è necessario porsi alcuni interrogativi di tipo etico e legati alla cyber security, visto il ruolo dell’intelligenza artificiale e degli AI agent in generale sulla sicurezza (vedi articolo dal nostro blog): “Ci interroghiamo inoltre sulla trasparenza, sulla protezione dei dati, sul rischio di dipendenza emotiva, sui possibili pregiudizi presenti nei modelli e sulla tutela delle persone più fragili. Le domande fondamentali sono molto concrete: la persona sa con chi sta interagendo? Può interrompere l’esperienza? Mantiene il controllo sui propri dati? Il robot ne sta aumentando l’autonomia oppure la sta rendendo più dipendente? E, soprattutto, chi si assume la responsabilità quando qualcosa non funziona? Questa responsabilità non può essere delegata alla macchina”.

Se le emozioni vengono gestite in maniera costruttiva: cosa può dare Abel alle interazioni

Abel e robot simili sono per Lorenzo Cominelli, in ultima analisi, una possibilità di usare la tecnologia come “ponte verso gli altri, anziché un ulteriore elemento di separazione”. Peraltro a suo avviso, in un’epoca di isolamento sociale progressivo, potrebbe fungere da catalizzatore sociale, “non un sostituto delle relazioni umane, ma uno strumento capace di facilitare un incontro, incoraggiare una conversazione o creare un’attività condivisa tra più persone”. Uno degli strumenti più interessanti a suo avviso è la capacità di comprendere le emozioni proponendo però dei modelli di comunicazione sani, non basati sulla rabbia: “possiamo progettarlo affinchè non alimenti uno stato di conflitto, mantenga un tono rispettoso, favorisca l’ascolto o aiuti la persona a riconoscere ed esprimere ciò che sta provando”, non eliminando emozioni come la rabbia ma “evitando di amplificarle e offrendo modalità più consapevoli e costruttive per comunicarle”. In sintesi, pensa a un robot umanoide che non rende la macchina una sostituta dell’uomo ma sappia essere un’occasione di riflessione e di interazione nuova, un’occasione non solo per fare ma anche per essere.

Prossimi eventi Ated

24 agosto Corso intensivo: intelligenza artificiale per giovani studenti

27 agosto: AI Perithink

2 settembre: Cyber Security Day 2026